lunedì 17 dicembre 2012

sabato 15 dicembre 2012

giovedì 13 dicembre 2012

I giusti



Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

(J.L. Borges)
 


martedì 11 dicembre 2012

martedì 4 dicembre 2012

Crollo


Basti dire che dopo un’oretta di abbracci solitari col cuscino iniziai a rendermi conto di come da un paio d’anni la mia vita attingesse a risorse che non possedevo, mentre avevo ipotecato fisicamente e spiritualmente fino all’osso la mia persona. Mi restituivano la vita – sai che regalo rispetto a prima, quando potevo vantare un indirizzo e fare assegnamento su una indipendenza a tutta prova.
Mi resi conto che in quei due anni, per salvaguardare qualcosa – una quiete interiore, forse, forse no –, mi ero svezzato da tutte le cose da me amate fino a quel momento – che ogni gesto della vita, dallo spazzolino da denti la mattina all’amico a cena, richiedeva uno sforzo. Mi accorsi che da molto tempo non mi piacevano più né le persone né le cose, ma mi limitavo a proseguire nella solita stenta messinscena. Mi accorsi che anche l’amore per quelli a me più vicini si era ridotto solo a un tentativo di amare, che i miei rapporti occasionali – con il direttore di un giornale, il tabaccaio, il figlio di un amico – erano solo improntati al ricordo di quanto, in circostanze analoghe, andasse fatto. Nel giro di un mese eccomi insofferente al suono della radio, alla pubblicità sulle riviste, allo stridio dei binari, al silenzio di tomba della campagna: sprezzante verso la mollezza umana, sempre pronto a inalberarmi (senza espormi però) di fronte alla durezza: odiavo la notte, che m’impediva di dormire, e odiavo il giorno, perché andava incontro alla notte. Dormivo dalla parte del cuore, ora, sbrigandomi sia pur di poco a fiaccarlo: consapevole così di anticipare l’ora benedetta dell’incubo che, come una catarsi, mi avrebbe permesso di affrontare meglio il nuovo giorno.


 Francis Scott Fitzgerald, Il crollo



Lucy



sabato 1 dicembre 2012