domenica 29 maggio 2022

La compagnia


"Se vuoi andare lontano, vai in compagnia"

 

 





Breaking news

 


Ho scoperto che le notizie, le “breaking news”, e il tempo passato compulsivamente davanti allo schermo, mi facevano malissimo, disintegravano la mia capacità di concentrarmi, mi rendevano nervosa e confusa 24 ore su 24. Prima insieme ai miei compagni di lavoro, e poi per conto mio, ho cercato di capire perché. Intanto vedevo amiche, amici e colleghi soffrire di sindrome da stress post traumatico secondario, cercare aiuto, cambiare mestiere – per non parlare di chi in vari modi è morto di crepacuore.

Con molta fatica, ho provato a riavviare la macchina. A togliere le miriadi di notifiche dal telefono. A non ascoltare la rassegna stampa proprio tutte le mattine. A tornare a leggere dei libri, a giocare, a cucinare, ad ascoltare la musica – occupazioni che ti sembrano gratuite e autoindulgenti se pensi costantemente che il mondo sta andando a fuoco. A stare il più possibile con persone che fanno, che allevano, che costruiscono nonostante tutto.

Così, ho scoperto che ho un limite. Non posso gestire, elaborare, processare più di una certa quantita di informazioni al giorno – soprattutto se contengono sofferenza, morte, sangue, ingiustizia, sopruso – senza perdere la lucidità, la calma, e in fin dei conti, la capacità di comprenderle e di inserirle in un sistema di collegamenti, senza la quale le informazioni non servono a niente, nè a me né agli altri.

E ho scoperto che negli altri esseri umani, nei libri, nella natura, nell’arte, c’è una possibilità di rigenerazione e trasformazione che è essenziale a processare quelle stesse informazioni e a mantenere un certo livello di empatia e di ragionevole impegno politico a lungo termine. Il fiato che mi danno quelle interazioni, non letterali, lontanissime dall’informazione stretta, è anche quello che mi permette di partecipare alla vita sociale con pazienza e fiducia, di apprezzare il fatto che le nuove connessioni ci hanno dato anche enormi opportunità, e che in questi anni ho conosciuto senza ombra di dubbio molti più generosi e più creativi che rancorosi.

(...)

Adesso sappiamo che avere a disposizione praticamente tutta l’informazione del mondo non ci rende più informati, né cittadini più responsabili, né esseri più empatici o realmente connessi. Anzi. Infantilizzare i formati per “raggiungere un pubblico più ampio” non fa che distribuire a più persone un’informazione in pillole che ha perduto tutti i suoi nutrienti, ma non crea affatto un maggior numero di persone informate. Ci sono passaggi dell’assorbimento dell’informazione che non si possono saltare, e sono personali, e lenti, non c’è niente da fare. Una delle semplificazioni drammatiche provocate dall’erosione della cultura è la letteralità, l’incapacità di digerire informazioni, il tracciare solo rapporti diretti di causa-effetto, come imputare il proprio impoverimento all’arrivo del migrante mentre questi, in realtà, è spinto a migrare proprio dalle conseguenze del nostro benessere a scapito del suo, soltanto che non ci va di indagare quali siano le nostre responsabilità indirette.

Leggere il mondo a questo livello, anche ammesso di impegnarsi in prima persona facendo volontariato e donazioni, non può che lasciare un pericoloso senso di impotenza. La politica nel senso più nobile è proprio quella cosa che dovrebbe portare – con lo studio e l’azione paziente, concertata e indiretta – a trasformazioni reali. È anche quella dimensione collettiva che dovrebbe metterci in grado di trascendere i nostri limiti individuali e i nostri corpi.

http://alaskahub.org/

 




 

 

Malattia

 

Ovviamente non credo che tutti i tumori si spieghino così, ma credo che ci siano persone il cui nucleo è incrinato praticamente fin dal principio, e che nonostante tutti gli sforzi, il coraggio, la buona volontà, non siano in grado di vivere davvero, e che uno dei modi in cui la vita, che vuole vivere, si apre un varco dentro di loro, potrebbe essere la malattia, e non una malattia qualunque: il cancro. È perché credo questo che mi indigno profondamente quando sento certe persone dire che siamo liberi, che la felicità si decide, che è una scelta morale. I maestri di allegrezza per i quali la tristezza è mancanza di gusto, la depressione segno di pigrizia, la malinconia un peccato. Sono daccordo, è un peccato, magari anche il peccato mortale, ma ci sono persone che nascono peccatrici, che nascono dannate, e che tutti gli sforzi, tutto il coraggio, tutta la buona volontà non sapranno strappare alla loro condizione. Tra coloro che hanno un nucleo incrinato e gli altri, è come tra poveri e ricchi, è come la lotta di classe, si sa che ci sono dei poveri che ce la fanno ma la maggior parte no, non ce la fa, e dire a un malinconico che la felicità è una decisione, è come dire a un affamato che può sempre mangiare brioche.

Emmanuel Carrère, Vite che non sono la mia

 


 

 

Better thing

 


La miglior cosa da fare stamattina

per sollevare il mondo e la mia specie

è di stare sul gradino al sole

con la gatta in braccio a far le fusa.

Sparpagliare le fusa

per i campi la valle

la collina, fino alle cime alle costellazioni

ai mondi più lontani. Fare le fusa

con lei – la mia sovrana.

Imparare quel mantra che contiene

l’antica vibrazione musicale

forse la prima, quando dal buio immoto

per traboccante felicità

un gettito innescò la creazione.

Mariangela Gualtieri

 


 



 

sabato 28 maggio 2022

Relief


And if I’m gonna talk
I just wanna talk
please don’t interrupt
just sit back and listen

cause I can’t face the evening straight
you can offer me escape
houses move and houses speak
if you take me there you’ll get

relief

 






venerdì 27 maggio 2022

Lo so

 

Lo so
che tutto è già stato descritto:
l’amore, l’odio, l’ira e il dolore.
Lo so.
Lo so
che ogni parola ha infiniti padroni:
morti e vivi, sinceri e falsi.
Lo so.
Ma so anche
che a nessun altro è dato di vivere me stesso.
Ecco perché a nessuno concedo
di parlare al mio posto.


Rainer Malkowski



 

martedì 24 maggio 2022

Concessioni balneari

 


 

 

 

 

Così si usa

 

Era in corso una fantastica guerra con la Polonia. Hitler da occidente, noi da oriente – e fine della Polonia. Naturalmente, per salvare le apparenze la chiamammo «liberazione dell’Ucraina Occidentale e della Bielorussia», e appendemmo manifesti dove una specie di servo della gleba tutto lacero abbracciava un valoroso liberatore dell’Armata Rossa. Ma così si usa. Chi invade è sempre il liberatore da qualcosa.

Anatolij Kuznecov, Babij Jar

 


 


 

 

Lettera

 

Come vorrei saper scrivere
una lettera ai boschi
a un fiume o a una
qualità del cielo
non una lettera
di umani rimpianti
o di sdegnati rimproveri
ma carta che sboccia
in sanguinose gemme
rischi di acqua alta
cielo sereno o nuvole
senza vento come vorrei
una lingua di aghi
di pino di resina e trote
fluttuanti una nuvolosa
lingua obbediente
ai più lievi cambiamenti.

Chandra Livia Candiani 

 


 



 

Up patriots

 

Alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena, potete stare a galla
e non è colpa mia se esistono carnefici, se esiste l'imbecillità
se le panchine sono piene di gente che sta male

 







lunedì 23 maggio 2022

sabato 21 maggio 2022

L’impunità

 

 

L’esercito israeliano ha fatto sapere che non verrà aperta un’indagine sulla morte di Shireen Abu Akleh, la giornalista di Al Jazeera uccisa mercoledì scorso mentre stava seguendo un’operazione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin, nella Cisgiordania settentrionale.
In un comunicato pubblicato dal giornale israeliano Jerusalem Post, la Polizia Militare – cioè l’organo dell’esercito che si occupa di presunti reati compiuti dai militari – spiega che la decisione si deve al fatto che per legge la morte di un palestinese avvenuta nel corso di un’operazione militare non richiede l’apertura di un’inchiesta a meno che non ci sia il sospetto che sia stato compiuto un reato: e secondo l’esercito israeliano in questo caso non ci sarebbero indizi di questo tipo. 

 

 

 

Oh please

 

An Eskimo showed me a movie
He'd recently taken of you
The poor man could hardly stop shivering
His lips and his fingers were blue

I suppose that he froze when the wind took your clothes
And I guess he just never got warm
But you stand there so nice in your blizzard of ice
Oh please, let me come into the storm

 





***


 


 


mercoledì 18 maggio 2022

L'ordinario


Quel che ci parla, mi pare, è sempre l'avvenimento, l'insolito, lo straordinario: articoli in prima pagina su cinque colonne, titoli a lettere cubitali. I treni cominciano a esistere solo quando deragliano, e più morti ci sono fra i viaggiatori, più i treni esistono; gli aerei hanno diritto di esistere solo quando sono dirottati; le macchine hanno come unico destino quello di schiantarsi contro i platani: cinquantadue week-end all'anno, cinquantadue bilanci: tanti sono i morti e tanto meglio per l'informazione se le cifre non fanno che aumentare! Dietro a un avvenimento ci deve essere uno scandalo, un'incrinatura, un pericolo, come se la vita dovesse rivelarsi soltanto attraverso lo spettacolare, come se l'esemplare, il significativo, fosse sempre anormale: cataclismí naturali o sconvolgimento storici, conflitti sociali, scandali politici…

(…)

I giornali parlano di tutto, tranne che del giornaliero. I giornali mi annoiano, non mi insegnano niente; quello che raccontano non mi riguarda, non mi interroga né tanto meno risponde alle domande che mi pongo o che vorrei porre.
Quello che succede veramente, quello che viviamo, il resto, tutto il resto, dov’è? Quello che succede ogni giorno e che si ripete ogni giorno, il banale, il quotidiano, il comune, l’ordinario, l’infra-ordinario, il rumore di fondo, l’abituale, in che modo renderne conto, in che modo interrogarlo, in che modo descriverlo?
Interrogare l’abituale. Ma per l’appunto ci siamo abituati. Non lo interroghiamo, non ci interroga, non ci sembra costituire un problema, lo viviamo senza pensarci, come se non contenesse né domande né risposte, come se non trasportasse nessuna informazione. Non è neanche più un condizionamento, è l’anestesia. Dormiamo la nostra vita di un sonno senza sogni. Ma dov’è la nostra vita? Dov’è il nostro corpo? Dov’è il nostro spazio?
Come parlare di queste “cose comuni”, o meglio, come braccarle, come stanarle, come liberarle dalle scorie nelle quali restano invischiate; come dar loro un senso, una lingua: che possano finalmente parlare di quello che è, di quel che siamo.
(...)
Interrogare quello che ci sembra talmente evidente da averne dimenticata l’origine. Ritrovare qualcosa dello stupore che potevano provare Jules Verne o i suoi lettori di fronte a un apparecchio capace di riprodurre e trasportare i suoni. Perché è esistito, questo stupore, e con esso, migliaia di altri, che ci hanno plasmato. Ciò che dobbiamo interrogare, sono i mattoni, il cemento, il vetro, le nostre maniere a tavola, i nostri utensili, i nostri strumenti, i nostri orari, i nostri ritmi. Interrogare ciò che sembra aver smesso per sempre di stupirci. Viviamo, certo, respiriamo, certo; camminiamo, apriamo porte, scendiamo scale, ci sediamo intorno a un tavolo per mangiare, ci corichiamo in un letto per dormire. Come? Dove? Quando? Perché?
Descrivete la vostra strada. Descrivetene un’altra. Fate il confronto.
Fate l’inventario delle vostre tasche, della vostra borsa. Interrogatevi sulla provenienza, l’uso e il divenire di ogni oggetto che ne estraete.
Esaminate i vostri cucchiaini.
Cosa c’è sotto la carta da parati?
Quanti gesti occorrono per comporre un numero telefonico? Perché?
Perché non si trovano le sigarette in drogheria? Perché no?
Poco m’importa che queste domande siano frammentarie, appena indicative di un metodo, al massimo di un progetto. Molto m’importa, invece, che sembrino triviali e futili: è precisamente questo che le rende altrettanto, se non addirittura più essenziali, di tante altre attraverso le quali abbiamo tentato invano di afferrare la nostra verità.

Georges Perec, L’infra-ordinario

 


 



 

Un abbraccio

 

Io è tanti
e c’è chi crolla
e chi veglia
chi innaffia i fiori
e chi beve troppo
chi dà sepoltura
e chi ruggisce.
C’è un bambino estirpato
e una danzatrice infaticabile
c’è massacro
e ci sono ossa
che tornano luce.
Qualcuno spezzetta immagini
in un mortaio,
una sarta cuce
un petto nuovo
ampio
che accolga la notte,
il piombo.
Ci sono parole ossute
e una via del senso
e una deriva,
c’è un postino sotto gli alberi,
riposa
e c’è la ragione che conta
i respiri
e non bastano
a fare tempio.
C’è il macellaio
e c’è un bambino disossato
c’è il coglitore
di belle nuvole
e lo scolaro
che nomina e non tocca,
c’è il dormiente
e l’insonne che lo sveglia
a scossoni
con furore
di belva giovane
affamata di sembianze.
Ci sono tutti i tu
amati e quelli spintonati via
ci sono i noi cuciti
di lacrime e di labbra
riconoscenti. Ci sono
inchini a braccia spalancate
e maledizioni bestemmiate
in faccia al mondo.
Ci sono tutti, tutti quanti,
non in fila, e nemmeno
in cerchio,
ma mescolati come farina e acqua
nel gesto caldo
che fa il pane:
io è un abbraccio.

Chandra Livia Candiani

 




 



 

lunedì 16 maggio 2022

Marcia nuziale

 

Tanti auguri che presto io ti torni a cercare

per rimetterti a posto, per venirti a salvare

che tu da sola non sai dirti che sei buona e brava

che tu da sola non sai dirti “sono buona e brava”








sabato 14 maggio 2022

Vivo

 

Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto.
Per la prima volta vedrai i pori schiudersi
come musi di pesce e potrai ascoltare
il mormorio del sangue nelle gallerie
e sentire la luce scivolarti sulle cornee
come lo strascico di un abito; per la prima volta
avvertirai la gravità pungerti
come una spina nel calcagno
e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole.
Ti prometto di renderti talmente vivo che
la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili,
che le sopracciglie diventeranno due ferite fresche
e ti parrà che i tuoi ricordi inizino
con la creazione del mondo.

Nina Cassian

 


 


 

 

Ginnastica mattutina



Mi sveglio e dico: sono perduta.
È il mio primo pensiero all’alba.
Comincio bene la giornata
con questo pensiero assassino.
Signore, abbi pietà di me
è il secondo, e poi
scendo dal letto
e vivo come se
nulla mi fosse accaduto.

Nina Cassian,
C’è modo e modo di sparire 
















































Palestine

 


 

 

 

venerdì 13 maggio 2022

mercoledì 11 maggio 2022

***

 

Quando i miei pensieri sono ansiosi, inquieti e cattivi, vado in riva al mare, e il mare li annega e li manda via con i suoi grandi suoni larghi, li purifica con il suo rumore, e impone un ritmo su tutto ciò che in me è disorientato e confuso.

Rainer Maria Rilke

 



 

 

Notti di maggio

 

Io conosco la mia vita e ho visto il mare
e ho visto l'amore da poterne parlare
ma nelle notti di maggio non può bastare
la voce di una canzone per lasciarsi andare

 






Si sta

 

Hai bisogno di te

hai bisogno di questo tempo

in cui non si cucina

e non si prega

si sta.

Soli e improvvisati

abbandonati e senza senso

si sta, frastornati

e vuoti. Si sta.

E l’indomabile fiducia

accucciata fuori dalla porta

come un cane folle

di devozione

dorme sonni

che contengono alba. 

Chandra Livia Candiani

 


 



 

Mangiare a Napoli

 

A Napoli al ristorante ho ordinato “una braciola” e quando mi sono visto arrivare un involtino in umido ho chiesto al cameriere “ma io avevo chiesto una braciola...” e quello mi ha risposto “e questa cos’è?”. Comunque l’ho mangiata ed era una meraviglia, buona come poche altre cose che ho mangiato. A Napoli alla cassa del bar ho visto una scatola di vetro piena di cioccolatini a forma di bacio Perugina, incartati nella carta stagnola uno per uno, ho chiesto “ma sono Baci?” e la signora mi ha risposto “certo che sono baci, li facciamo proprio noi!” ed erano buonissimi.

A Napoli sono entrato in una tavola calda, saranno state le quattro del pomeriggio, volevo prendere qualcosa da riportare a mio figlio prima di ripartire, ma avevano finito tutto. Ho chiesto “avete qualcosa di pronto?” il marito della cuoca mi ha risposto “e che problema c’è, glielo prontiamo”. Poi è uscita la cuoca e mi ha detto “le faccio una frittata di maccheroni, qualche crocché e un po’ di pasta cresciuta, vabbuò?!”. Io le ho detto “ma quanto tempo ci vuole?” e lei ancora “e che fretta avete, vi sedete qui e vi fate compagnia con mio marito, vi bevete una birra intanto che aspettate. E dopo una mezz’ora io conoscevo tutta la storia della famiglia, fino a quell’infame di uno dei cugini, che San Gennaro gli faccia uscire uno sbocco di sangue. Marcio. In compenso la roba era buonissima e m’è sembrato che si facessero pagare per farmi un favore, perché pareva mi volessero regalare tutto.

A Napoli ho mangiato una cosa che si chiama “genovese” e l’ho digerita dopo tre giorni, cioè no, a digerire l’ho digerita subito, è che dopo tre giorni ancora mi pareva di averne qualche pezzetto sulla barba per come mi sentivo avvolto dal profumo. A Napoli mi hanno servito un caffè con la tazzina che mi scottava le labbra e non ho dovuto manco chiedere il bicchiere d’acqua, perché me l’hanno messo davanti direttamente insieme al caffè, però il barista non si fidava, aveva sentito l’accento romano e voleva vedere se l’acqua la bevevo prima o dopo il caffè, pareva che trattenesse il fiato per l’ansia. Quando ha visto che l’ho bevuta prima ha sorriso e io mi sono sentito come se avessi superato un esame all’università.

A Napoli sono andato a pranzo con due amici napoletani e hanno ordinato “pasta e patate” e poi momenti si scannano perché uno diceva “la provola ci vuole” e uno diceva “la provola non ci vuole” e io stavo zitto e temevo che alla fine mi menassero a me. Ma quando è arrivata la mia pizza con i friarielli hanno fatto pace e mi hanno fatto tutto un corso su come va preparata, in che punto del forno va messa perché si cuocia bene, come la ricotta debba fare da ripieno del cornicione, cose così. (La pizza era squisita e pure la loro pasta e patate, che per la cronaca la provola c’era).

A Napoli ho mangiato il casatiello e i ciccioli, una parmigiana di melanzane che quando ho chiesto “ma le melanzane come sono cotte?” mi volevano cacciare dal ristorante e farmi girare con un cartello attaccato al collo con scritto “ha chiesto come sono cotte le melanzane della parmigiana!”. Ho scoperto che le ciambelle con lo zucchero le chiamano “graffe” e guai pure quelle se ti azzardi a dire “ma sono cotte al forno?”. Ho scoperto che le sfogliatelle e le ricce sono due cose diverse, ma comunque se vuoi mangiare quelle più buone devi andare in un forno che sta a “vico Ferrovia” che se gli passi davanti non gli daresti una lira. Perché a Napoli quello che ti mangi conta più di dove lo mangi.

A Napoli ho capito che mangiare è una religione, ha i suoi riti e le sue cerimonie, è un atto sacro e mangiare da soli è triste, e se stai al tavolo da solo il cameriere si preoccupa e ti viene a chiedere dieci volte “come va? come state?” e dopo viene pure la padrona del ristorante e poi pure suo marito e ti mandano pure i figli, perché tante volte dovessi sentirti triste, non sia mai, come te lo gusti il mangiare?

E poi mi dite perché amo Napoli? Ma come fate voi, a non amarla. Come.

Marco Proietti Mancini

 


 



 

lunedì 9 maggio 2022

Music

 


 

 

 

 

Sopravvivere

 

Il vero danno è causato da quei milioni che vogliono “sopravvivere”. Gli uomini onesti che vogliono solo essere lasciati in pace. Coloro che non vogliono che le loro piccole vite siano disturbate da qualcosa di più grande di loro. Quelli senza lati e senza cause. Coloro che non prenderanno la misura della propria forza, per paura di opporsi alla propria debolezza. Quelli a cui non piace fare ondate o nemici. Coloro per i quali libertà, onore, verità e principi sono solo letteratura. Chi vive in piccolo, si accoppia in piccolo, muore in piccolo. È l'approccio riduzionista alla vita: se lo mantieni piccolo lo manterrai sotto controllo. Se non fai alcun rumore, l'uomo nero non ti troverà. Ma è tutta un'illusione, perché anche loro muoiono, quelle persone che arrotolano il loro spirito in minuscole palline per essere al sicuro. Sicuro?! Da cosa? La vita è sempre al limite della morte; strade strette conducono allo stesso posto di ampi viali e una piccola candela si brucia come una torcia fiammeggiante. Scelgo il mio modo di bruciare

Sophia Magdalena Scholl, 9 maggio 1921 

 


 

 

 

Ali e nomi

 

E per quanto ti ho visto e per quanto ti ho sentito
tu sei una giornata di riposo dove si comprano i giornali
E per quanto ti sento e per quanto ti vedo
tu sei una gioia personale che scroscia all'improvviso
E quando arrivi te e quando ti avvicini
mi si allargano le spalle e mi spuntano le ali







Coca Cola

 


 

 

 

 

sabato 7 maggio 2022

Atei

 

A me non piace la definizione di “ateo” perché ad affibbiarmela sono coloro che credono in Dio e guardano il mondo esclusivamente dal loro punto di vista, dividendolo in quanti credono o non credono. In questa etichettatura c'è tutta la prepotenza del loro schema mentale, che fa della loro fede la discriminante tra gli uomini.

Umberto Galimberti

 


 

 

 

venerdì 6 maggio 2022

giovedì 5 maggio 2022

Meat

 

Un contadino mi dice, <non si può vivere solo a dieta vegetale, poiché essa non fornisce le sostanze per formare le ossa>. E pertanto egli dedica religiosamente una parte della sua giornata a fornire il proprio organismo delle materie prime necessarie alla formazione delle ossa; e mentre parla, cammina dietro ai suoi buoi, che, con le ossa fatte di sostanze vegetali, si trascinano lui e il suo pesante aratro, per quanti ostacoli abbiano davanti.

Henry David Thoreau, Walden, ovvero la vita nei boschi 

 


 

 

 

mercoledì 4 maggio 2022

Spring

 

"Primavera non bussa, lei entra sicura
come il fumo lei penetra in ogni fessura...” 

 


 

 

 

Incontro

 

Ad ogni incontro con la primavera
non so star quieta – sorge il desiderio
antico, un’ansia mista ad una attesa,
una promessa di bellezza

ed una gara di tutto il mio essere
con qualcosa che in essa si nasconde.
Quando la primavera svanisce, v’è il rimorso
di non averla guardata abbastanza.

Emily Dickinson

 


 

 

 

 

Sfruttamento


Il capitalismo e lo sfruttamento animale vanno di pari passo: per entrambi non c'è profitto nella vita, ma solo nella morte

Barry Horne

 


 

 

 

martedì 3 maggio 2022

Ciao

 

Ciao, non sono un panda

non vivo allo zoo dentro una gabbia
non ho bisogno della tua protezione
non voglio che mi nutri coi germogli
che mi consideri una specie da salvare.

preferisco che mi baci e che mi spogli
pattinare con te per la via lattea
pitturare color luna le pareti
delle stanze del mio bunker personale:

questo è quello che vogliamo noi poeti.

Francesca Genti

 


 

 



 

Storie

 

Perché questo mondo che ci pare una cosa fatta di pietra, vegetazione e sangue non è affatto una cosa ma è semplicemente una storia. E tutto ciò che esso contiene è una storia e ciascuna storia è la somma di tutte le storie minori, eppure queste sono la medesima storia e contengono in esse tutto il resto. Quindi tutto è necessario. Ogni minimo particolare. È questa in fondo la lezione. Non si può fare a meno di nulla. Nulla può venire disprezzato. Perché, vedi, non sappiamo dove stanno i fili, i collegamenti. Il modo in cui è fatto il mondo. Non abbiamo modo di sapere quali sono le cose di cui si può fare a meno. Ciò che può venire omesso. Non abbiamo modo di sapere che cosa può stare in piedi e che cosa può cadere. E quei fili che ci sono ignoti fanno naturalmente parte anch’essi della storia e la storia non ha dimora né luogo d’essere se non nel racconto, è lì che vive e dimora e quindi non possiamo mai aver finito di raccontare. Non c’è mai fine al raccontare.

Cormac McCarthy, Oltre il confine 

 


 

 

 

Silenzio

 


 

 

 

 

Noi

 

Noi della seconda metà del XX secolo
che disintegriamo l’atomo
che conquistiamo la luna
ci vergogniamo
dei teneri gesti
degli sguardi amorevoli
dei caldi sorrisi

Quando soffriamo
storciamo noncuranti la bocca

Quando arriva l’amore
alziamo sprezzanti le spalle

Forti cinici
con gli occhi ironicamente socchiusi

Soltanto a tarda notte
con le tende ermeticamente tirate
ci mordiamo le labbra dal dolore
moriamo d’amore

Małgorzata Hillar, da “20 Poesie”

 


 

 

  

Escamotage

 


 

 

 

 

lunedì 2 maggio 2022

Harakiri

 

 






Far niente

 

Tutti credono che far niente sia una cosa facile, ma bisogna vedere questo niente come lo fanno. Socrate, Platone, Diogene, non facevano niente tutto il giorno, ma quel niente lo facevano in modo perfetto

Eduardo De Filippo

 




domenica 1 maggio 2022