sabato 11 maggio 2013

venerdì 10 maggio 2013

Scompiglio



Si crede che, quando una cosa finisce, un’altra ricomincia immediatamente. No. 
Tra le due cose, c’è lo scompiglio.

Marguerite Duras, Hiroshima mon amour





giovedì 9 maggio 2013

Ingenue


You get me out...


You know like the back of your hand
Who let me in
You got me into this mess so
You get me out
You know like the back of your hand.
Your bell jar
Your collection
Ingenue
You get me into this mess
Fools rushing in, yeah,
And they know it
The seeds of the dandelion you know blow away
In good time, i hope, i pray
If i’m not there now physically,
I’m always before you
Come what may
And you know it
Fools rushing in
Well you know it
Who let them in?
Well you know it
Gone with a touch of your hand
Gone with a touch of your hand
Move through the moment
Though it betrays
Transformations
Jackals and flames
If i knew now
What i knew then
Just give me more time
I hope and pray
I mistake all you say
The seeds of the dandelion you blow away






Toscana




Photographer Andreas Bobanac







mercoledì 8 maggio 2013

"Non so"


Ho accennato all'ispirazione  I poeti con­tem­po­ra­nei rispondono in modo evasivo  quando gli si chiede cosa sia, e se esi­ste dav­vero. Non è che non abbiano mai cono­sciuto la gra­zia di que­sto movi­mento interno. Ma non è facile spie­gare a qual­cuno qual­cosa che tu stesso non capisci.

Anch’io, quando capita che mi chie­dano qual­cosa, al riguardo, la prendo alla lon­tana. Comun­que rispondo così: l’ispirazione non è un pri­vi­le­gio esclusivo dei poeti o, più in gene­rale, degli arti­sti. C’è, c’è stato e ci sarà sempre un gruppo di per­sone visi­tate dall’ispirazione. E’ com­po­sto da tutti coloro che hanno scelto con­sa­pe­vol­mente il loro mestiere e lo svolgono con amore e fantasia. Pos­sono essere medici, insegnanti, giar­di­nieri– e potrei enu­me­rare cen­ti­naia di altri mestieri. Il loro lavoro diventa una inin­ter­rotta avven­tura, fin­ché cer­cano di sco­prirvi nuove sfide. Pro­blemi e dif­fi­coltà non sof­fo­cano mai la loro curio­sità. Uno sciame di nuovi inter­ro­ga­tivi emerge a ogni pro­blema risolto. Qua­lun­que cosa sia l’ispirazione, essa è nata dal ripro­porsi con­ti­nuo della frase “Non so”.

Non sono molte, le per­sone così. La mag­gior parte degli abi­tanti di que­sto pia­neta lavo­rano per vivere. Lavo­rano per­ché devono. Non scel­gono que­sto o quel lavoro per pas­sione; le cir­co­stanze della vita hanno scelto per loro. Lavori privi d’amore, lavori noiosi, lavori apprez­zati solo per­ché altri non hanno nep­pur quello, comun­que privi d’amore e noiosi– que­sta è la più dura delle mise­rie umane. E non c’è segno che i secoli a venire miglio­re­ranno que­sta situazione.

E così, dun­que, nego ai poeti il mono­po­lio dell’ispirazione, ma li col­loco comun­que in un ristretto gruppo di per­sone pre­di­lette dalla Fortuna.

Ma, a que­sto punto, chi mi ascolta avrà alcuni dubbi. Ogni sorta di tor­tu­ra­tori, dit­ta­tori, fana­tici e dema­go­ghi che com­bat­tono per il potere, urlando pochi slo­gan alti­so­nanti, anche loro amano cer­ta­mente il loro lavoro, e affron­tano anche loro i loro dubbi con un fer­vore pieno d’immaginazione. Ebbene, sì. Ma loro “sanno”. Loro sanno e qua­lun­que cosa sap­piano è abba­stanza per sem­pre e in modo defi­ni­tivo. Non vogliono sco­prire niente di nient’altro, per­ché que­sto potrebbe dimi­nuire la forza delle loro argo­men­ta­zioni. Ma ogni cono­scenza che non con­duca a nuovi inter­ro­ga­tivi muore rapi­da­mente: non rie­sce a man­te­nere la tem­pe­ra­tura neces­sa­ria a restare in vita. Nei casi più estremi, casi ben noti alla sto­ria antica e moderna, può diven­tare per­fino una minac­cia mor­tale per la società.

Per que­sto ho una così alta con­si­de­ra­zione per la pic­cola frase “Non so”. E’ pic­cola, ma vola su forti ali. Espande le nostre vite in modo da poter inclu­dere i nostri spazi interni e allo stesso tempo gli spazi esterni in cui è sospesa la nostra pic­cola Terra. Se Isaac New­ton non avesse mai detto a se stesso “Non so”, le mele avreb­bero potuto cadere, nel suo pic­colo giar­dino, come chic­chi di gran­dine, ma lui si sarebbe chi­nato, al mas­simo, solo per rac­co­glierle e divo­rarle con gusto. Se la mia com­pa­triota Marie Sklodowska-Curie non avesse mai detto a se stessa “Non so”, sarebbe  finita, forse, coll’insegnare chi­mica in qual­che scuola pri­vata per ragazze di buona fami­glia, e avrebbe ter­mi­nato i suoi giorni facendo que­sto d’altronde rispet­ta­bile lavoro. Ma lei con­ti­nuò a dire “Non so”, e que­ste parole l’hanno por­tata fino a Stoc­colma (e non una volta, ma due), dove spi­riti infa­ti­ca­bili nel porre domande sono di tanto in tanto ricom­pen­sati col Pre­mio Nobel.

I poeti, se sono veri poeti, devono anche loro ripe­tere in con­ti­nua­zione “Non so”. Ogni poe­sia marca lo sforzo di rispon­dere a que­sta frase, ma non appena il punto finale si depo­sita sulla pagina, il poeta comin­cia a esi­tare, comin­cia a capire che que­sta par­ti­co­lare domanda era un sem­plice espe­diente e che lui è del tutto ina­de­guato a darvi una rispo­sta. Così i poeti con­ti­nuano a pro­vare e, prima o poi, i soliti risul­tati della loro auto-insoddisfazione ven­gono graf­fati insieme da una gigan­te­sca cuci­trice dagli sto­rici della let­te­ra­tura e defi­niti “opera”…

 Il poeta e il mondo,  Wislawa Szymborska 
 (Dal discorso pronunciato al conferimento del Nobel)






martedì 7 maggio 2013

domenica 5 maggio 2013