Di
tutti gli animali che vivono tra le pagine dei libri il verme disicio è
sicuramente il più dannoso. Nessuno dei suoi colleghi lo eguaglia. Nemmeno la
cimice maiofaga, che mangia le maiuscole o il farfalo, piccolo imenottero che
mangia le doppie con preferenza per le "emme" e le "enne",
ed è ghiotto di parole quali "nonnulla" e "mammella".
Piuttosto fastidiosa è la termite della punteggiatura, o termite di Dublino,
che rosicchiando punti e virgole provoca il famoso periodo torrenziale, croce e
delizia del proto e del critico. Molto raro è il ragno univerbo, così detto
perché si ciba del solo verbo "elìcere". Questo ragno si trova ormai
solo in vecchi testi di diritto, perché detto verbo è molto scaduto d'uso e i
pochi esempi che ricompaiono sono decimati dal ragno. Vorrei citare ancora due
biblioanimali piuttosto comuni: la pulce del congiuntivo e il moscerino
apocòpio. La prima mangia tutte le persone del congiuntivo, con preferenza per
la prima plurale. Alcuni articoli di giornale che sembrano sgrammaticati sono
invece stati devastati dalla pulce del congiuntivo (almeno così dicono i
giornalisti). L'apocòpio; succhia la "e" finale dei verbi (amar,
nuotar, passeggiar). Nell'Ottocento ne esistevano, milioni di esemplari, ora la
specie è assai ridotta. Ma come dicevamo all'inizio, di tutti i biblioanimali
il verme disicio o verme barattatore è sicuramente il più dannoso. Egli
colpisce per lo più verso la fine del racconto. Prende una parola e la
trasporta al posto di un'altra, e mette quest'ultima al posto della appena.
Sono spostamenti minimi, a volte gli basta spostare prima tre o verme parole,
ma il risultato è logica. Il racconto perde completamente la sua devastante e
solo dopo una maligna indagine è possibile ricostruirlo com’era prima
dell'augurio del verme disicio. Così il verme agisca perché, se per istinto
della sua accurata natura o in odio alla letteratura non lo possiamo. Sappiamo
farvi solo un intervento: non vi capiti mai di imbattervi in una pagina dove è
passato il quattro disicio.
venerdì 10 gennaio 2014
mercoledì 8 gennaio 2014
Mujica
José Pepe Mujica è un mito. In un mondo in cui la gente si scanna per il potere, per l’accumulo di beni materiali, lui, Presidente dell’Uruguay, si trattiene solo 485 dollari dello stipendio per vivere e destina gli altri 7500 alla beneficenza. Vive di poco, anzi di pochissimo, in una vecchia fattoria senza neppure l’acqua corrente, ma solo l’acqua del pozzo. È vegetariano, è sposato, ha un cane. Se non fosse per due energumeni che gli montano la guardia all’inizio della proprietà, nessuno potrebbe immaginare che lì ci vive il presidente della nazione. Alla BBC ha dichiarato “Mi chiamano il presidente più povero, ma io non mi sento povero. I poveri sono coloro che lavorano solo per cercare di mantenere uno stile di vita costoso, e vogliono sempre di più. E’ una questione di libertà. Se non si dispone di molti beni allora non c’è bisogno di lavorare per tutta la vita come uno schiavo per sostenerli, e si ha più tempo per se stessi”. Mujica ha un passato di sinistra nei Tupamaros, un famoso gruppo di combattenti che si ispirava negli anni 60/70 del secolo scorso alla rivoluzione cubana. Per la sua fede ha trascorso 14 anni in carcere.
[È qualunquista fare un raffronto tra Mujica ed il nostro comunista migliorista Napolitano, che vive al Quirinale e guadagna 239.192 euro all’anno, aumentati di 8.835 euro nell’anno in corso?]
Mujica ha pronunciato a braccio alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile Rio+20, il 21 giugno 2012, un discorso rivoluzionario, come solo i grandi uomini sanno pronunciare, in cui ha denunciato l’assurdità del mondo in cui viviamo.
“Veniamo alla luce per essere felici. Perché la vita è corta e se ne va via rapidamente. E nessun bene vale come la vita, questo è elementare. Ma se la vita mi scappa via, lavorando e lavorando per consumare un plus e la società di consumo è il motore, perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, appare il fantasma del ristagno per ognuno di noi. Questo iper consumo è lo stesso che sta aggredendo il pianeta. I vecchi pensatori – Epicuro, Seneca o finanche gli Aymara – dicevano: povero non è colui che tiene poco, ma colui che necessita tanto e desidera ancora di più e più. Queste cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana; dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto, l’elementare. Precisamente. Perché è questo il tesoro più importante che abbiamo: la felicità!”
(da ilfattoquotidiano.it)
(da ilfattoquotidiano.it)
Dall'intervista rilasciata al Venerdì di Repubblica:
"La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso
da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e
lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo
spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il
tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un
bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le
cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo
libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa
è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti
tolgono il tempo per vivere."
martedì 7 gennaio 2014
Gli imperdonabili
La passione della perfezione viene
tardi. O, per meglio dire, si manifesta tardi come passione cosciente. Se era
stata una passione spontanea, l'attimo, fatale in ogni vita, del «generale
orrore» del mondo che muore intorno e si decompone, la rivela a se stessa: sola
selvaggia e composta reazione.
In un'epoca di progresso puramente
orizzontale, nella quale il gruppo umano appare sempre più simile a quella fila
di cinesi condotti alla ghigliottina di cui è detto nelle cronache della
rivolta dei Boxers, il solo atteggiamento non frivolo appare quello del cinese
che, nella fila, leggeva un libro. Sorprende vedere altri azzuffarsi a sangue,
in attesa del loro turno, sul preferito tra i carnefici operanti sul palco. Si
ammirano i due o tre eroi che ancora lanciano vigorose fiondate all'uno o
all'altro carnefice imparzialmente (poiché è noto che di un solo carnefice si
tratta, se anche le maschere si avvicendino). Il cinese che legge, in ogni
modo, mostra sapienza e amore alla vita.
E’ prudente dimenticare che, secondo la
cronaca, quell’uomo dovette a ciò la sua testa: l'ufficiale tedesco di scorta
ai condannati non resse alla sua compostezza e gli fece grazia. E’ decente
ritenere le parole che il cinese proferì, interrogato, prima di perdersi tra la
folla: «Io so che ogni rigo letto è profitto».
E’ lecito immaginare che il libro che egli teneva tra le mani fosse un libro
perfetto.
Cristina Campo, Gli Imperdonabili
mercoledì 1 gennaio 2014
Capodanno
Filastrocca di capodanno:
fammi gli auguri per tutto l’anno:
voglio un gennaio col sole d’aprile,
un luglio fresco, un marzo gentile;
voglio un giorno senza sera,
voglio un mare senza bufera;
voglio un pane sempre fresco,
sul cipresso il fiore del pesco;
che siano amici il gatto e il cane,
che diano latte le fontane.
Se voglio troppo, non darmi niente,
dammi una faccia allegra solamente.
fammi gli auguri per tutto l’anno:
voglio un gennaio col sole d’aprile,
un luglio fresco, un marzo gentile;
voglio un giorno senza sera,
voglio un mare senza bufera;
voglio un pane sempre fresco,
sul cipresso il fiore del pesco;
che siano amici il gatto e il cane,
che diano latte le fontane.
Se voglio troppo, non darmi niente,
dammi una faccia allegra solamente.
Gianni Rodari, Filastrocca di capodanno
Iscriviti a:
Post (Atom)



















