martedì 6 novembre 2018

Assafà












Immigrants




 
 
 

Le donne guardavano gli uomini, li guardavano per capire se stavolta sarebbero crollati. Le donne guardavano e non dicevano niente. E quando gli uomini erano in gruppo, la paura spariva dai loro volti e la rabbia prendeva il suo posto. E le donne sospiravano di sollievo, perché capivano che andava tutto bene: il crollo non c'era stato; e non ci sarebbe mai stato nessun crollo finché la paura fosse riuscita a trasformarsi in furore.

Steinbeck, Furore










domenica 4 novembre 2018

Golden rock




La Pagoda Kyaiktiyo, conosciuta anche col nome di Golden Rock o Roccia d'oro, è il terzo più importante luogo di pellegrinaggio buddhista della Birmania. Si tratta di un piccolo stupa alto poco più di 7 metri costruito sulla sommità di un masso di granito ricoperto da numerosi strati di foglie d'oro attaccate dai devoti. Secondo la leggenda la roccia si troverebbe in un precario equilibrio al di sopra di una ciocca di capelli di Buddha. La roccia, la pagoda e tutte le strutture costruite attorno ad essa si trovano sulla cima del monte Kyaiktiyo.
Secondo la leggenda Siddharta Gautama, durante uno dei suoi numerosi viaggi, donò una ciocca dei suoi capelli ad un eremita chiamato Taik Tha. Egli la nascose fra i suoi capelli per tenerla al sicuro, fino a quando la donò al re col preciso desiderio che la ciocca venisse custodita come reliquia al di sotto di una roccia che avesse le sembianze della testa dell'eremita.
La roccia giusta venne trovata sul fondo del mare e il posto giusto per collocarla fu riconosciuto sul monte Kyaiktiyo, dove si sarebbe dovuto costruire un reliquiario per contenere la ciocca di capelli, posizionarvi sopra la pietra e costruire una pagoda al di sopra della roccia. Secondo la leggenda è proprio questa ciocca di capelli che mantiene salda la roccia e le impedisce di rotolare giù per la scarpata. Sempre secondo la leggenda la nave che venne utilizzata per trasportare la roccia fu trasformata in pietra, ed è visibile ancor oggi nei pressi dell'ingresso al luogo sacro, a circa 300 metri di distanza dalla pagoda.
Alle donne non è permesso avvicinarsi alla roccia dorata e toccarla. Solo gli uomini possono farlo.   (Wiki) 


 


 












venerdì 2 novembre 2018

Il giorno dei morti




Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.
Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire. 
 
Andrea Camilleri