Nell'oscurità il vecchio sentì giungere il mattino e mentre remava udì il suono tremolante dei pesci volanti che uscivano dall'acqua e il sibilo fatto dalle rigide ali tese mentre si allontanavano librate nel buio. I pesci volanti gli piacevano molto ed erano i suoi migliori amici, sull'oceano. Pensò con dolore agli uccelli, specialmente alle piccole, delicate sterne nere, che volavano sempre in cerca di qualcosa senza quasi mai trovar nulla e pensò: "La vita degli uccelli è più dura della nostra, tranne per gli uccelli da preda, pesanti e forti. Perché sono stati creati uccelli delicati e fini come queste rondini di mare se l'oceano può essere tanto crudele? Ha molta dolcezza e molta bellezza. Ma può diventare tanto crudele e avviene così d'improvviso e questi uccelli che volano, tuffandosi per la caccia, con quelle vocette tristi, sono troppo delicati per il mare". Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l'amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna. Alcuni fra i pescatori più giovani, di quelli che usavano gavitelli come galleggianti per le lenze e avevano le barche a motore, comprate quando il fegato di pescecane rendeva molto, ne parlavano come di el mar al maschile. Ne parlavano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico. Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle. La luna lo fa reagire come una donna, pensò.
E. Hemingway, Il vecchio e il mare
Non riesco ad accettare l’idea che esistano dei nemici, perchè nessun essere umano può essermi nemico. Un essere umano, chiunque sia, lo considero amico. Il mio conflitto non è con lui, ma con quella parte sfortunata di lui che prima di tutto sono costretto a distruggere in me stesso. Non mi sento certo un eroe. Non sono fatto per simili sentimenti. Non odio nessuno. E neppure provo spirito patriottico, anche se ho sempre amato la mia terra, la sua gente, le sue città, la mia casa e la mia famiglia. Preferirei non far parte dell’esercito. Preferirei non ci fosse la guerra
William Saroyan, La commedia umana
E allora quanta sofferenza è accettabile? È questa la base di tutto,
ed è questo che ognuno di noi deve chiedersi. Quanta sofferenza
sei disposto a tollerare per il tuo cibo?
Jonathan Safran Foer, Se niente importa
Mentre
cammino sulla West Cliff Drive, un uomo corre
verso di me
spingendo uno di quei passeggini da jogging
con ammortizzatori
che permettono al bambino di continuare a dormire,
in qualsiasi
posizione. Posso appena intravedere
le sue palpebre quasi
traslucide. Il padre è giovane
una giungla di indaco e corniola
tatuata
da nocche a mascelle, rigogliosi rampicanti e
fioriture,
santi e simboli. Spesse spine di legno perforano
i
suoi lobi e gli occhiali da sole confermano
lo splendore che lo
circonda. Sono così gelosa.
Come spesso mi accade. È una
specie di ossessione.
Vorrei che fosse stato il padre di mio
figlio.
Vorrei aver sposato un uomo che lo voleva così tanto
da
segnarlo come si fa con un libro, sottolineando,
evidenziando,
scrivendo a margine, che ero qui.
Non
come il mio ex marito morto, sempre
in combattimento contro la
carne, lui che rimaneva seduto per ore
sul suo zafu recitando om
e subito dopo uscendo
si rompeva una mano dando un pugno
all’automobile.
Immagino che quando quest’uomo al galoppo
tornerà a casa
vorrà fare sesso con sua moglie,
che è
rimasta a letto fino a tardi, e poi mangerà
costolette alla
brace e lascerà che il bimbo rosicchi un osso
mentre egli beve
una birra scura. Non riesco a smettere
di desiderare che mia
figlia avesse avuto un padre così.
Non riesco a smettere di
desiderare di aver avuto quella vita. Oh, lo so
è un miracolo
avere una vita. Qualsiasi vita.
I miei genitori hanno impiegato
otto anni per concepirmi.
Prima ci fu la guerra e poi dovettero
aspettare.
E le ossa di mia madre erano così strette che fu
necessario un cesareo
mentre io fui trasportata in aereo. Che
qualcuno sia nato,
ogni precario successo da sperma e ovulo
a
zigote, embrione, neonato, è una meraviglia.
Ed eccomi qui,
viva.
Quasi settant’anni e nulla che mi abbia ancora
ucciso.
Non l’auto che ho disintegrato ignorando uno stop
o
lo Spirocheta che mi ha fottuto il sangue.
Non l’albero caduto
nella foresta esattamente
nel punto in cui mi trovavo – il
mio migliore amico mi diede uno spintone
all’indietro così
caddi sul sedere quando si schiantò.
Sono viva.
E ho dato
alla luce una bambina.
E poi non ha avuto un padre che volesse
portarla
sulle sue spalle. E così tante altre cose che non ha
avuto.
Ho pianto gran parte della mia vita per questo.
E
ora c’è tutto ciò di cui non possiamo parlare.
Ci amiamo —
ma non possiamo occuparci
troppo l’una dell’altra.
Eppure
c’era lei sola, quando chiesi di uccidermi
nel caso in cui non
avessi più avuto facoltà mentali —
stavamo andando a Ross,
a
comprare abiti. È qualcosa
che le piace e sembrano tutti
incantevoli su di lei —
lei fu l’unica
a non esitare o
rifiutare
tentennare o trasalire.
Mentre attraversavamo il
parcheggio
ha detto, OK, ma quand’è il limite massimo?
Questo
è ciò che ho bisogno di sapere.
Ellen Bass, Indigo
As
I’m walking on West Cliff Drive, a man runs
toward me pushing
one of those jogging strollers
with shock absorbers so the baby
can keep sleeping,
which this baby is. I can just get a
glimpse
of its almost translucent eyelids. The father is
young,
a jungle of indigo and carnelian tattooed
from
knuckle to jaw, leafy vines and blossoms,
saints and symbols.
Thick wooden plugs pierce
his lobes and his sunglasses
testify
to the radiance haloed around him. I’m so jealous.
As
I often am. It’s a kind of obsession.
I want him to have been
my child’s father.
I want to have married a man who wanted
to
be in a body, who wanted to live in it so much
that he marked it
up like a book, underlining,
highlighting, writing in the
margins, I was here.
Not
like my dead ex-husband, who was always
fighting against the
flesh, who sat for hours
on his zafu chanting om
and then went out
and broke his hand punching the car.
I
imagine when this galloping man gets home
he’s going to want
to have sex with his wife,
who slept in late, and then he’ll
eat
barbecued ribs and let the baby teethe on a bone
while
he drinks a cold dark beer. I can’t stop
wishing my daughter
had had a father like that.
I can’t stop wishing I’d had
that life. Oh, I know
it’s a miracle to have a life. Any life
at all.
It took eight years for my parents to conceive me.
First
there was the war and then just waiting.
And my mother’s bones
so narrow, she had to be slit
and I airlifted. That anyone is
born,
each precarious success from sperm and egg
to zygote,
embryo, infant, is a wonder.
And here I am, alive.
Almost
seventy years and nothing has killed me.
Not the car I totalled
running a stop sign
or the spirochete that screwed into my
blood.
Not the tree that fell in the forest exactly
where I
was standing—my best friend shoving me
backward so I fell on
my ass as it crashed.
I’m alive.
And I gave birth to a
child.
So she didn’t get a father who’d sling her
onto
his shoulder. And so much else she didn’t get.
I’ve cried
most of my life over that.
And now there’s everything that we
can’t talk about.
We love—but cannot take
too much of
each other.
Yet she is the one who, when I asked her to kill
me
if I no longer had my mind—
we were on our way into
Ross,
shopping for dresses. That’s something
she likes
and they all look adorable on her—
she’s the only one
who
didn’t hesitate or refuse
or waver or flinch.
As we
strode across the parking lot
she said, O.K., but when’s the
cutoff?
That’s what I need to know
We all do what we can
So we can do just one more thing
We can all be free
Maybe not in words
Maybe not with a look
But with your mind