Verrà
l’inverno, la più metafisica delle stagioni. La più propizia
all’immaginazione e alle amicizie. La terra si fa bruna, i rami si
fanno neri, le erbe e le stoppie, tutto un mondo piegherà le
vertebre al sonno. Soltanto il vento taglierà le nuvole. Nevicherà,
se farà abbastanza freddo: allora la terra e il cielo si
confonderanno, la neve cancellerà siepi e muretti, i confini delle
villette qua attorno. Dentro gli appartamenti c’è già chi si
affiderà alle paraboliche per essere ancora più solo, io mi
affiderò alle parole per raffigurare il suono della neve. Fra tutte,
sceglierò le lettere più morbide – la lettera a, la lettera e, la
lettera o, la elle la emme la enne – e le parole che ne siano più
ricche; cercherò di disporle con cura, in giaciture che ricordino le
sinuosità distese di una donna in penombra, poi, scostando le tende
della finestra più ampia, confronterò il bianco del foglio col
bianco dell’inverno e forse, nel farlo, mi commuoverò, perché
commuoversi non significa piangere, ma muoversi insieme alle cose,
averne il medesimo ritmo, il medesimo passo, il medesimo polso; forse
lascerò lo sguardo andare nella neve, lo lascerò libero nel bianco,
con la disposizione dell’amante che si lascia annientare dalle
carezze di chi è amato; un piede, un nuovo piede nella neve e l’orma
si farà ombra e tutto, per un istante, sarà dimenticato, alle mie
spalle il primo – l’imo – lampo di carbonio che ci precipitò
alla terra, nudi.
P.
Cappello, Il dio del mare. Prose e interventi 1998-2006