sabato 15 ottobre 2016

venerdì 14 ottobre 2016

sabato 8 ottobre 2016

I haven't told my garden yet




Un giorno di giugno di qualche anno fa un uomo che diceva di amarmi osservò, con tono di rimprovero, che zoppicavo. Non me n’ero accorta. Era una zoppia quasi impercettibile, poco più di una disarmonia nel passo, un ritmo sbagliato. A lungo non se ne comprese il motivo. La sensazione era che mi si stesse seccando la gamba destra, come talvolta capita che su un albero secchi un ramo. Stavo io stessa appassendo. Morire non era più una speculazione intellettuale, stava realmente accadendo. Molto lentamente e prima del previsto. Lasciandomi forse il tempo di scrivere in presa diretta del giardiniere di fronte alla morte.
(…)
Compresi che non avrei realizzato il mio desiderio di morire sulle mie gambe. Qualcosa che ero avvezza a considerare mio sacrosanto diritto. Qualcosa di cui, per anni, ero stata fiera in anticipo. Troppo anticipo.
(...)
Cos’è cambiato nel mio rapporto col giardino?
È cresciuta l’empatia. La consapevolezza che, non diversamente da una pianta, io pure subisco i danni delle intemperie, posso seccare, appassire, perdere pezzi, e soprattutto: non muovermi come vorrei. Lungi dal vedermi come colei da cui dipende il benessere del giardino, mi so esposta alle contingenze, vulnerabile. Se il giardino era stato il luogo dove contemplare metamorfosi e impermanenza, adesso l’accelerazione della corrente mi costringe a rendermi conto di esservi io stessa immersa. Non sono più un osservatore esterno, qualcuno che dispone e amministra. Mi trovo io stessa in balia.
(...)
Non sono più la stessa persona. Alla diversa andatura, alla lentezza nel camminare, la circospezione con cui procedo di passo in passo, la cautela con cui considero se valga davvero la pena di muoversi o no, corrisponde una percezione nuova del mondo. Credo che adesso non proverei più lo stesso stupore misto a diffidenza di fronte alle opere di un’artista scandinava che, anni fa, venne a trovarmi nel mio podere. Mentre passeggiavamo, non faceva che chinarsi per raccattare frutti rinsecchiti, foglie appassite, baccelli anneriti dalle intemperie. (...) C’è voluto tempo per cominciare a capire. Non immaginavo tuttavia che, ben presto, mi sarei percepita anch’io come quelle povere cose raccattate, al punto d’incontro tra due energie: conservazione e distruzione. Organismi in decadenza, in bilico tra essere e non essere. Chissà che un momento prima di venir meno non si manifestino, con intensità forse acuita, se non vera e propria bellezza, un pathos, un’espressività insospettati. Quasi che, rendendo l’anima a Dio, le cose sprigionassero, per un attimo e quell’attimo soltanto, una qualità che passa inosservata quando il corpo, godendo perfetta salute, è troppo turgido, troppo opaco, troppo spesso. Troppo materiale.
Adesso che mi sento come uno di quegli scarti, provo una serenità diversa, una serenità per la prima volta vera e profonda. Sprigiona adesso che il corpo ha perso un poco del suo spessore.
La leggerezza interiore nasce forse dal sentirmi libera dalla zavorra terribile del futuro, indifferente al cruccio del passato. Immersa nell’attimo presente, come prima mai era accaduto, faccio finalmente parte del giardino, di quel mondo fluttuante di trasformazioni continue.

 
  I haven't told my garden yet -
Lest that should conquer me.
I haven't quite the strength now
To break it to the Bee -

I will not name it in the street
For shops would stare at me -
That one so shy - so ignorant
Should have the face to die.

The hillsides must not know it -
Where I have rambled so -
Nor tell the loving forest
The day that I shall go -

Nor lisp it at the table -
Nor heedless by the way
Hint that within the Riddle
One will walk today -

Emily Dickinson






 

Warsaw
































































venerdì 7 ottobre 2016

Bara onda




Perché non ci sono posti dove andare
ma solo gente da salvare.
Ci mancano lenzuola
non corpi.
Ci manca un senso
non confini.
Vittime morte di aiuti
che sbarcano nessun lunario.
Dedico questo momento alla deriva.
E alla bara onda
che li affonda.

Alessandro Bergonzoni






giovedì 6 ottobre 2016

domenica 2 ottobre 2016

Profezia




(…) inizierà allora per tutti (...) ma soprattutto per tuo padre e per te, un tempo veramente duro, per tuo padre perché oscillerà sempre tra dolore e paranoia, con rarissimi momenti di lucidità senza tormento, e per te perché perseverando nell’intento tuo di dargli conforto continuerai a fallire e a vederlo soffrire, anche se in uno dei rarissimi momenti di pace senza dolore né paranoia farai in tempo ad ammirare per l’ultima volta la sua fiammeggiante intelligenza, allorché lo sorprenderai verso le undici di mattina a guardare un programma televisivo su Rete 4, di quelli che egli non ha mai guardato in vita sua, e gli chiederai «perché guardi questo programma che non ti piace, padre? Perché non approfitti di questo momento di pace per finire il modellino del Pen Duick IV, dato che ti manca veramente poco, o sennò per stampare altre foto della mamma, o per lavorare un po’ ai filmini di quando eravate giovani, o per scrivere, o per fare una delle tante altre cose che ti piace fare?», e la sua risposta sarà memorabile, Alessandro, preparati a ricordarla per darne testimonianza agli altri, poiché io so e ti dico che egli ti fisserà con quel suo sguardo reso ancor più sottile dalla malattia, e ti dirà «figliolo, io guardo questi programmi di merda per illudermi che la vita sia davvero così misera; che essa non sia amore, e bellezza, e ingegno, e sfide, e conquiste, e natura, e mare e vento e barche a vela, ma una squallida faccenda di rancori, pettegolezzi, paura e puzza di chiuso, come la riducono qua. Così, capisci, mi viene più naturale lasciarla», e si rimetterà a guardare Rete 4, e quelle sue parole ti trafiggeranno, poiché ti renderai conto di non aver mai pensato a quanto possa essere utile, per chi sta lasciando questo mondo, assistere a una sua rappresentazione così miserabile, e che di quei programmi allora si può dire che svolgano la funzione (del tutto involontaria, naturalmente, e ben lungi anche solo dallo sfiorare la mente di coloro che – siano essi maledetti, a proposito – quei programmi scrivono e producono e sfruttano commercialmente) la funzione dicevo di exit strategy per i malati terminali, atta a rendere meno dolorosa la loro dipartita e farne una misericordiosa dissolvenza (...)
 
Alessandro Veronesi, Profezia