giovedì 6 aprile 2017
mercoledì 5 aprile 2017
martedì 4 aprile 2017
Napoli
Con
Napoli, comunque, i conti non sono mai chiusi, anche a distanza. Sono
vissuta non per breve tempo in altri luoghi, ma questa città non è
un luogo qualsiasi, è un prolungamento del corpo, è una matrice
della percezione, è il termine di paragone di ogni esperienza. Tutto
ciò che per me è stato durevolmente significativo ha Napoli per
scenario e suona nel suo dialetto. Questa enfasi però è recente ed
è il frutto di rivisitazioni da lontano. La città in cui sono
cresciuta l’ho vista a lungo come un posto in cui mi sentivo
continuamente a rischio. Era una città di litigi improvvisi, di
mazzate, di lacrime facili, di piccoli conflitti che finivano in
bestemmie, oscenità irriferibili e fratture insanabili, di affetti
così esibiti da diventare insopportabilmente falsi. La mia Napoli è
la Napoli “volgare” di gente “sistemata” ma ancora
terrorizzata dalla necessità di tornare a doversi buscare la
giornata con lavoretti precari, pomposamente onesta, ma, nei fatti,
pronta a piccole nefandezze, per non sfigurare, chiassosa, di voce
alta, sbruffona, laurina, ma anche per certe ramificazioni,
stalinista, affogata nel dialetto più angoloso, sboccata e sensuale,
senza ancora il decoro piccolo-borghese ma con la pulsione a darsene
almeno i segni superficiali, per bene e potenzialmente criminale,
pronta a immolarsi all’occasione o alla necessità di non
dimostrarsi più fesso degli altri.
Mi sono sentita diversa da questa Napoli, l’ho vissuta con repulsione, sono scappata via appena ho potuto, me la sono portata dietro come sintesi, un surrogato per tenere sempre a mente che la potenza della vita è lesa, umiliata da modalità ingiuste dell’esistenza. Da molto tempo, però, la guardo al microscopio. Isolo frammenti, ci scendo dentro, scopro cose buone che da ragazza non vedevo e altre che mi appaiono ancora più miserabili di allora. Ma neanche per queste provo più il vecchio astio. Alla fin fine è un’esperienza di città che non si cancella nemmeno volendo e che risulta utile dappertutto. Posso girare per strade e vicoli semplicemente standomene a letto a occhi chiusi; quando ci torno ho momenti iniziali di entusiasmo incontenibile; poi passo ad odiarla nel giro di un pomeriggio, regredisco, ritorno muta, avverto un senso di soffocamento, un malessere diffuso, mi pare di aver colto da ragazzina non una sua fase limitata nel tempo e nello spazio ma i segni di una degenerazione che ormai si è espansa, cosicché la città, coi suoi richiami di tempo perduto da ritrovare, o con le improvvise rammemorazioni, fa solo da sirena perversa, usa strade, vicoli, quella salita, quella discesa, la bellezza avvelenata del golfo, ma nei fatti resta un luogo di scomposizione, di disarticolazione, di perdita della testa che ho imparato a fatica a far funzionare un poco, fuori di lei. E tuttavia è la mia esperienza, vi custodisco molti affetti importanti, sento la ricchezza umana, gli strati complessi delle culture. Ho smesso di sottrarmela.
Mi sono sentita diversa da questa Napoli, l’ho vissuta con repulsione, sono scappata via appena ho potuto, me la sono portata dietro come sintesi, un surrogato per tenere sempre a mente che la potenza della vita è lesa, umiliata da modalità ingiuste dell’esistenza. Da molto tempo, però, la guardo al microscopio. Isolo frammenti, ci scendo dentro, scopro cose buone che da ragazza non vedevo e altre che mi appaiono ancora più miserabili di allora. Ma neanche per queste provo più il vecchio astio. Alla fin fine è un’esperienza di città che non si cancella nemmeno volendo e che risulta utile dappertutto. Posso girare per strade e vicoli semplicemente standomene a letto a occhi chiusi; quando ci torno ho momenti iniziali di entusiasmo incontenibile; poi passo ad odiarla nel giro di un pomeriggio, regredisco, ritorno muta, avverto un senso di soffocamento, un malessere diffuso, mi pare di aver colto da ragazzina non una sua fase limitata nel tempo e nello spazio ma i segni di una degenerazione che ormai si è espansa, cosicché la città, coi suoi richiami di tempo perduto da ritrovare, o con le improvvise rammemorazioni, fa solo da sirena perversa, usa strade, vicoli, quella salita, quella discesa, la bellezza avvelenata del golfo, ma nei fatti resta un luogo di scomposizione, di disarticolazione, di perdita della testa che ho imparato a fatica a far funzionare un poco, fuori di lei. E tuttavia è la mia esperienza, vi custodisco molti affetti importanti, sento la ricchezza umana, gli strati complessi delle culture. Ho smesso di sottrarmela.
Elena Ferrante
lunedì 3 aprile 2017
domenica 2 aprile 2017
Campania Felix
Il
ministro Lorenzin: «In Campania non si muore per i roghi tossici
ma per gli stili di vita scorretti»...
ma per gli stili di vita scorretti»...
sabato 1 aprile 2017
Go ask Alice
«La
prego, mi dica» disse Alice piuttosto timidamente, perché non era
del tutto sicura che fosse educato da parte sua parlare per prima,
«perché il suo gatto sorride a quel modo?»
«È
un gatto del Cheshire» rispose la Duchessa, «ecco perché! »
(...)
«Non sapevo che i gatti del Cheshire sorridessero sempre; anzi, io
non sapevo neanche che i gatti sapessero sorridere».
«Tutti
i gatti sanno sorridere» rispose la Duchessa, «e quasi tutti lo
fanno». «Non so di nessun gatto che sorrida» disse Alice molto
educatamente, ben contenta di aver avviato una conversazione.
«Tu
non sai un granché» replicò la Duchessa, «e questo è un fatto».
«Micio
bello del Cheshire» cominciò con un certo timore, siccome non
sapeva se gli fosse gradito essere chiamato così: comunque, quello
allungò un poco il sorriso. «Bene, fin qui è contento» pensò
Alice, e soggiunse, «Mi vuoi dire, per favore, quale strada devo
prendere per uscire di qui?»
«Dipende
in gran parte da dove vuoi andare» rispose il Gatto.
«Non
mi importa dove» disse Alice.
«Allora
non importa nemmeno quale strada prendi» replicò il Gatto.
«purché
io arrivi da qualche parte» aggiunse Alice come spiegazione.
«Ma
da qualche parte ci arrivi di sicuro» disse il Gatto, «se vai
sempre avanti senza fermarti.»
Alice
capì che era una risposta inattaccabile e provò a fare un'altra
domanda. «Che gente vive da queste parti?»
«In
quella direzione» rispose il Gatto, facendo cenno con la sua rotonda
zampa destra, «ci abita un Cappellaio: e in quell'altra direzione»
accennando con l'altra zampa, «ci abita il Leprotto Marzolino. Vai
da chi ti pare: sono matti tutti e due»
«Ma
io non voglio andare in mezzo ai matti» obiettò Alice.
«Be',
è inevitabile» le rispose il Gatto. «Siamo tutti matti qui. Io
sono matto. Tu sei matta».
«Come
fai a sapere che sono matta?» domandò Alice.
«Devi esserlo», rispose il Gatto, «altrimenti non saresti venuta qui»
«Devi esserlo», rispose il Gatto, «altrimenti non saresti venuta qui»
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