martedì 10 ottobre 2017

Crown Shyness




Crown shyness is a naturally occurring phenomenon in some tree species where the upper most branches in a forest canopy avoid touching one another. The visual effect is striking as it creates clearly defined borders akin to cracks or rivers in the sky when viewed from below. Although the phenomenon was first observed in the 1920s, scientists have yet to reach a consensus on what causes it. According to Wikipedia it might simply be caused by the trees rubbing against one another, although signs also point to more active causes such as a preventative measure against shading (optimizing light exposure for photosynthesis) or even as a deterrent for the spread of harmful insects.
(via Kottke, Robert Macfarlane) 








 

Alberi




I processi evolutivi delle foreste primordiali sono caratterizzati da una lentezza inconcepibile. Il concetto moderno di «slow life», di ritorno a ritmi più lenti, sembra coniato su misura per questi ecosistemi.
Già dalla nascita, le minuscole piantine vengono frenate nella crescita dai loro genitori. La luminosità residua che penetra fino al suolo attraverso le imponenti chiome ammonta solo al 3 per cento della luce del giorno: troppo poco per vivere, troppo per morire. Per evitare il peggio alle pianticelle, la pianta madre riveste le proprie radici di morbide fasce contenenti una soluzione zuccherina. Inibiti nel loro sviluppo da un lato, supportati dall'altro, i giovani virgulti vivacchiano per molti decenni senza costrutto. Dal punto di vista biologico, questa dinamica ha però un senso: il legno del piccolo fusto che si stratifica pian piano è estremamente compatto, resistente ai funghi e flessibile. Eventuali lesioni non portano a una putrefazione letale e, in caso di bufera, l'albero si piega ma non si spezza.
La mancanza di luce non è un caso, naturalmente, perché costringe i polloni (germogli nati alla base dell'albero) a crescere diritti: solo così all'interno del tronco la stratificazione delle fibre avviene in modo omogeneo, senza irregolarità o gibbosità, che costituirebbero potenziali punti di rottura.
Insomma, un portamento eretto fin dalla tenera età, appreso in giardini d'infanzia in piena regola. Le pianticelle imparano a contendersi ogni raggio di sole: se uno degli allievi tende a scantinare, piegando di lato la cacciata apicale, ossia il suo germoglio principale, gli altri lo raggiungono pian piano fino a sormontarlo, togliendogli la luce. Il «gobbette» muore di fame all'ombra degli allievi modello e torna a essere humus.
In un giorno lontano, quando la pianta madre esalerà l'ultimo respiro e i suoi rami ormai secchi lasceranno arrivare tutta la luce fino al suolo senza intralci, l'esemplare più alto del gruppo s'innalzerà trasformandosi in un albero maestoso.
Tuttavia, la morte di un gigante è un evento raro. Per la maggior parte del tempo, nella foresta vergine non succede niente. Nella penombra, tranne i figli della pianta madre, non sopravvive quasi nient'altro. Le foreste primarie assomigliano a grandi saloni fra le cui colonne si può passeggiare senza trovare ostacoli - in questo caso, senza usare il machete. Invece le foreste attuali dell'Europa centrale o dell'Amazzonia, in cui viticci e arbusti sbarrano la via, sono perlopiù foreste secondarie, regioni dove l'uomo ha già praticato il taglio degli alberi. Il motivo dell'alta densità di piante è la mancanza dell'azione schermante delle fitte chiome di alberi vecchi a rallentare la crescita; così, nel sottobosco, può proliferare qualsiasi tipo di vegetazione che altrimenti soffocherebbe al buio.
Solitamente gli alberi sono esseri prudenti, ai quali ogni forma di fretta è estranea.


Peter Wohlleben, La Vita Segreta degli Alberi 

 

 

 

sabato 7 ottobre 2017

giovedì 5 ottobre 2017

lunedì 2 ottobre 2017

Il poeta della gentilezza



  Ci si sfila dal mondo così / come da un vestito stanco delle feste /
quando viene la sera.

 Pierluigi Cappello,
Gemona del Friuli, 8 agosto 1967– Cassacco, 1° ottobre 2017


  
  





Souls at night




E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio.
Vivevano a un isolato di distanza in Cedar Street, nella parte più vecchia della città, olmi e bagolari e un solo acero cresciuti sul ciglio della strada e prati verdi che si stendevano dal marciapiede fino alle case a due piani.
Era stata una giornata tiepida, ma di sera aveva rinfrescato. Dopo aver camminato sotto gli alberi, la donna svoltò all’altezza della casa di Louis.
Quando Louis le aprì la porta, lei disse, Posso entrare a parlarti di una cosa? Sedettero in salotto. Vuoi qualcosa da bere? Un tè? No, grazie. Non so se mi fermerò abbastanza per berlo. Si guardò intorno. È graziosa la tua casa. Diane l’ha sempre tenuta bene. Un po’ ci provo anch’io. È ancora graziosa, disse lei. Erano anni che non ci venivo. Guardò fuori dalla finestra verso il cortile laterale, la notte si stava accomodando fuori e dentro la cucina, una luce illuminava il lavandino e il bancone. Tutto sembrava pulito e ordinato. Lui la stava guardando. Era una donna attraente, l’aveva sempre pensato. Quando era più giovane aveva i capelli scuri, ma ormai erano bianchi e li portava corti. Era ancora in forma, solo un po’ appesantita in vita e sui fianchi.
Probabilmente ti stai chiedendo cosa ci faccio qui, disse lei.
Be’, non penso tu sia venuta per dirmi che casa mia è graziosa.
No. Volevo suggerirti una cosa.
Eh?
Sì. Una specie di proposta.
Okay.
Non di matrimonio, disse lei.
Non pensavo neppure questo.
Però c’entra con una specie di matrimonio. Ma ora non so se ci riesco. Ci sto ripensando. Fece una risatina. In un certo senso è un po’ come un matrimonio, non ti pare?
Che cosa?
L’indecisione.
Può darsi.
Sì. Insomma, adesso te lo dico.
Dimmi, disse Louis.
Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me.
Cosa? In che senso?
Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare.
Lui la fissò, rimase a osservarla incuriosito, cauto.
Non dici nulla. Ti ho lasciato senza parole? chiese lei.
Penso proprio di sì.
Non parlo di sesso.
Me lo stavo chiedendo.
No, non intendo questo. Credo di aver perso qualsiasi impulso sessuale un sacco di tempo fa. Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire.
Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?
Sì. Credo di sì.
Alla fine per addormentarmi devo prendere delle pastiglie, leggo fino a tardi e poi il giorno dopo mi sento intontita. Totalmente inutile per me stessa e per gli altri.
È successo anche a me.
Eppure, se ci fosse qualcuno a letto con me, credo che ricomincerei a dormire bene. Una persona carina, un senso di intimità. Parlare di notte, al buio. Rimase in attesa. Cosa ne pensi?
Non so. Quando vorresti cominciare?
Quando vuoi. Ammesso che tu ne abbia voglia, rispose lei. Questa settimana.
Dammi un po’ di tempo per pensarci.
Va bene. Ma chiamami prima, se e quando deciderai di venire. Così saprò che ti devo aspettare.
D’accordo.
Spero proprio di sentirti.
E se poi russo?
Vorrà dire che russi, oppure imparerai a non farlo.
Louis scoppiò a ridere. Sarebbe una novità.
Addie si alzò e uscì per tornare a casa, lui rimase sulla porta a guardarla, una donna di settant’anni di corporatura media, con i capelli bianchi, che si allontanava sotto gli alberi, passando attraverso le chiazze di luce proiettate dal lampione all’angolo della strada. Ma che diavolo, si disse. E adesso cerca di non essere precipitoso. 
 
Kent Haruf, Le nostre anime di notte






 

domenica 1 ottobre 2017