Genova,
18 febbraio 1940 – Milano, 11 gennaio 1999
giovedì 11 gennaio 2018
mercoledì 10 gennaio 2018
Compiti
Uno
dei miei insegnanti, che stimavo molto, diceva sempre che il compito
della buona letteratura è tranquillizzare chi è turbato e turbare
chi è tranquillo. Secondo me il compito della letteratura alta
consiste in gran parte nel dare al lettore, che come tutti noi è un
po’ impantanato dentro la propria testa, nel dargli accesso,
dicevo, tramite l’immaginazione, alla vita interiore di altri
individui. Dato che una parte ineluttabile dell’essere umano è la
sofferenza, ciò che noi esseri umani cerchiamo nell’arte è anche
un’esperienza di sofferenza: che sarà necessariamente
un’esperienza mediata, o per meglio dire una generalizzazione
della sofferenza. Capisci cosa intendo? Nel mondo reale tutti
soffriamo da soli; la vera empatia è impossibile. Ma se un’opera
letteraria ci permette, grazie all’immaginazione, di identificarci
con il dolore dei personaggi, allora forse ci verrà più facile
pensare che altri possano identificarsi con il nostro. Questo è un
pensiero che nutre, che redime: ci fa sentire meno soli dentro.
Magari è tutto qui, semplicemente.
Però
a questo punto tieni presente che la tv e il cinema commerciale
e tante forme di arte “bassa” – ossia arte il cui scopo
principale è fare soldi – sono redditizi proprio perché capiscono
che il pubblico preferisce un cento per cento di piacere alla realtà
che tende a essere fatta per il 49 per cento di piacere e per il 51
per cento di dolore. Mentre l’arte “alta”, quella che non punta
principalmente a farti sborsare dei soldi, è più probabile che ti
causi malessere, o che ti costringa a faticare per arrivare ai suoi
piaceri, proprio come nella vita reale il vero piacere è in genere
un derivato della fatica e del disagio. Perciò è difficile per il
pubblico dell’arte, specialmente quello più giovane, che è stato
educato ad aspettarsi che l’arte susciti piacere al cento per
cento, e senza nessuno sforzo, leggere e apprezzare la letteratura
alta. E questo è un male. Il problema non è che i lettori di oggi
sono stupidi, non penso che sia così. È solo che la tv e la
cultura commerciale di massa li hanno addestrati a essere piuttosto
pigri e infantili nelle loro aspettative. E questo rende più
difficile che mai cercare di coinvolgere i lettori di oggi, sia a
livello intellettuale che di immaginario
Antidoti
Però
ci sono parecchi libri che dopo averli letti mi hanno lasciato per
sempre diverso da com'ero prima, e penso che tutta la buona
letteratura in qualche modo affronti il problema della solitudine e
agisca come un suo lenitivo.
Siamo tutti tremendamente, tremendamente
soli. Ma c'è qualcosa, quantomeno nei romanzi e nei racconti, che ti
permette di entrare in intimità con il mondo e con un'altra mente, e
con certi personaggi, in un modo in cui non puoi proprio farlo, nel
mondo reale
DFW, Un antidoto contro la solitudine
lunedì 8 gennaio 2018
Semplificare
Complicare
è facile, semplificare è difficile.
Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose.
Tutti sono capaci di complicare.
Pochi sono capaci di semplificare.
Per semplificare bisogna togliere, e per togliere bisogna sapere che cosa togliere, come fa lo scultore quando a colpi di scalpello toglie dal masso di pietra tutto quel materiale che c’è in più. Teoricamente ogni masso di pietra può avere al suo interno una scultura bellissima, come si fa a sapere dove ci si deve fermare nel togliere, senza rovinare la scultura? Togliere invece che aggiungere vuol dire riconoscere l’essenza delle cose e comunicarle nella loro essenzialità.
La semplificazione è il segno dell’intelligenza, un antico detto cinese dice: quello che non si può dire in poche parole non si può dirlo neanche in molte.
Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose.
Tutti sono capaci di complicare.
Pochi sono capaci di semplificare.
Per semplificare bisogna togliere, e per togliere bisogna sapere che cosa togliere, come fa lo scultore quando a colpi di scalpello toglie dal masso di pietra tutto quel materiale che c’è in più. Teoricamente ogni masso di pietra può avere al suo interno una scultura bellissima, come si fa a sapere dove ci si deve fermare nel togliere, senza rovinare la scultura? Togliere invece che aggiungere vuol dire riconoscere l’essenza delle cose e comunicarle nella loro essenzialità.
La semplificazione è il segno dell’intelligenza, un antico detto cinese dice: quello che non si può dire in poche parole non si può dirlo neanche in molte.
Bruno
Munari, Verbale scritto
domenica 7 gennaio 2018
Cartoline dai morti
“Sono
morto alle sette di mattina. Un modo come un altro per cominciare la
giornata”
Ho
scritto queste cartoline dopo i piccoli attacchi di panico che
continuano a visitarmi. Non sono piú gli attacchi di una volta,
quelli per cui cerchi qualcuno che ti accompagni in ospedale e se non
lo trovi ci vai da solo e quando ci arrivi ancora non ti è chiaro se
stai morendo davvero o sei a un altro capitolo della tua penosa
ipocondria. Ho provato a scrivere delle cartoline anche in altri
momenti, ci ho provato un po’ di volte, ma ho buttato tutto. Erano
simili alle altre, il disegno delle frasi era quello, quello il
colore, ma la stoffa era asciutta, non era bagnata in quell’umore
che ti viene dalla morte appena trascorsa. Allora puoi scrivere
intorno a questa cosa che forse regge tutto, intorno a questo niente
che sorregge e corrode ogni cosa. Lo sguardo del panico dilata i
sensi, li fa grezzi, non hai tempo di raffinare, di romanzare. Dopo
dieci, venti minuti sei di nuovo sul binario morto della calma o
dell’agitazione usuale e allora puoi solo parlare della tua vita o
di quella degli altri.
I
morti non ti pensano, non ti mandano nessuna cartolina.
Franco
Arminio
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