giovedì 8 dicembre 2016

Ricerca Telethon




In France, a shocking video was recently shot in the Alfort National Veterinary School. There, generations of dogs have been bred to have painful and debilitating diseases, all in the name of "research."

The studies are funded by AFM-Téléthon with the goal of finding a cure for muscular dystrophy in humans. Golden retrievers, beagles, and other breeds are locked in cages, and, as the disease progresses, struggle to eat, walk, and breathe. Most are completely crippled within six months, and nearly half die before they are a year old. Those that do survive suffer from heart conditions. 

After decades of testing on generations of debilitated and suffering dogs, there is still no cure or treatment to reverse the course of this terrible disease in humans. So children afflicted with DMD continue to suffer. Analysis of muscular dystrophy studies using dogs has shown that there are serious pitfalls when trying to apply those results to humans. In fact, there are even studies that have produced the opposite results in humans. There are better ways to help patients with MD.
Cutting-edge techniques, such as utilizing skin cells from DMD patients to develop disease-specific cures, developing ways to grow healthy human muscle cells that could be transplanted into patients with MD, and creating human-relevant drug-screening platforms, have led to the development of more promising therapies.
Sadly, even employees of the veterinary school know how wrong the practice is. One can be heard saying, "I wouldn't like to be in the beagle's place. The suffering is real." Later, an administrator admits that they would lose funding if the public knew what they were doing. 



The experiments at Alfort National Veterinary School are funded by the French charity AFM-Téléthon. However, a laboratory official admits that the laboratory could lose that funding if the public were to see the condition of the dogs.
There’s no question that if we showed them our myopathic dogs, they would risk losing a lot of money.”
 As well they should.

 The video was turned over to PETA, and representatives are urging Téléthon to seek other methods of testing. To sign their petition, click here



 




 

giovedì 1 dicembre 2016

Sea / 2





© Franco Fontana - Mediterraneo, 1988








Non per tutti




Non tutti hanno la fortuna di morire sul colpo 

 

Siccome inizio ad avere un certo numero di anni, l’eventualità di un improvviso e irreversibile spegnimento del mio corpo sta diventando sempre più probabile, ma questo non è un problema, è da quando ero piccolo che so che i corpi prima o poi si trasformano in poltiglie rosa, soprattutto quelli di gatto quando attraversano la strada. Io quando guardo le persone non vedo esseri viventi, vedo future poltiglie rosa. Il problema non è nemmeno l’idea di essere morto, cosa che invece trovo molto riposante: è un sollievo pensare che una volta spento il corpo non ci sia più niente: niente obiettivi, niente preoccupazioni, niente pruriti, niente di niente, neanche la minaccia incombente di una sveglia alle sette. Quello che mi preoccupa non è né il dover morire né l’essere morto, ma il passaggio da una cosa all’altra, perché non tutti hanno la fortuna di morire sul colpo e oggi è molto facile finire nelle mani di uno di quegli aguzzini che la società ha incaricato di farti soffrire il più a lungo possibile. Un tempo c’erano i boia, oggi ci sono i medici.
Un tempo ti prendevano e ti sventravano, ti squartavano, ti spellavano, ti smembravano o, se eri fortunato, ti bruciavano. Se si scorre l’elenco delle pene capitali della storia dell’umanità si nota subito una cosa: l’incredibile fantasia umana. Quella dei boia non era tortura, era body art. Oggi i gusti sono cambiati e non è più considerata buona educazione spargere le interiora altrui in mezzo alla strada, così l’aguzzino moderno non punta più alla qualità dell’agonia ma alla quantità: ti prende, ti mette in un letto d’ospedale e ti tiene lì il più possibile. Non c’è niente da fare, alla gente piace troppo guardare la gente morire.
E questo è precisamente il mio problema, già non sopporto mezz’ora dal dentista, figuriamoci mesi in ospedale. Così ho iniziato a pensare a una via d’uscita, qualche cosa che mi permetta di svignarmela da questo pianeta prima che riescano a mettermi le mani addosso, ma cosa? Impiccarmi? Impasticcarmi? Spararmi? Non è semplice. Il corpo, qualsiasi cosa tu gli faccia, fa di tutto per sopravvivere. A lui non importa niente di quello che tu vuoi o non vuoi e nemmeno gli importa di quello che lo aspetta, se è lungo o breve, piacevole o spiacevole, lui vuole solo continuare a vivere, a tutti i costi, fosse anche solo per un minuto di agonia. Il risultato è che è difficilissimo ammazzarlo. Se lo sventri continua a respirare per ore, se gli dai 2000 Volt può resistere un quarto d’ora, con l’acido cianidrico qualche minuto e persino se gli spari non puoi essere sicuro di ammazzarlo, perché bisogna sperare che il proiettile si conficchi nel punto giusto e anche in quel caso il bastardo potrebbe sopravvivere lo stesso, col risultato di spedirti dritto nelle mani di quelli da cui volevi scappare.
È per questo che negli Stati Uniti c’è una complicata procedura da seguire per assicurarsi che un condannato muoia senza soffrire. Prima ci vuole la giusta dose di barbiturici per fargli perdere conoscenza, poi qualcosa che gli paralizzi i muscoli volontari e infine un’altra cosa per provocare l’arresto cardiaco. Questo, ad oggi, è il metodo più rapido e indolore che si conosca per spegnere il corpo, e con chi viene usato? Con gli assassini.
Di solito, per far capire quanto sia crudele la pena di morte, si dice che un condannato non sa di preciso quando morirà e che può dover aspettare anche venti o trent’anni. Dunque, vediamo: “non sa quando morirà” ce l’ho, “può aspettare anche venti o trent’anni” ce l’ho. Cioè, in pratica, la differenza fra me e un condannato a morte è che lui è circondato da persone che si preoccupano di farlo morire nel modo più rapido e indolore possibile, mentre io sono circondato da persone che vogliono farmi agonizzare il più a lungo possibile. Mi stupisce che fuori da San Quintino non ci sia la fila.

Pubblicato da Smeriglia | 28.11.16







mercoledì 30 novembre 2016

BelPaese




Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell'oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese è speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale.

Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, 1975 
 






 

Spese militari




64 milioni al giorno: lo shopping record per le spese militari

Ecco come emerge la spesa quotidiana che il nostro Paese sosterrà per il 2017: 64 milioni di euro al giorno (2,7 milioni di euro all’ora), un maxi-assegno da 23 miliardi e 377 milioni, con una crescita dello 0,7 per cento rispetto al 2016. In questo enorme calderone il personale rimane voce di spesa più onerosa per lenta applicazione della riforma Di Paola e si traduce in più comandanti che comandati, un’esercito di 90 mila ufficiali senza però una truppa che esegue gli ordini, appena 81mila i ranghi più bassi.
Il costo degli armamenti segue lo stesso trend e salgono a 5 miliardi e 600 milioni per l’aumento dei contributi del Ministero dello Sviluppo economico che decide di destinare l’89 per cento degli incentivi per le imprese proprio a chi produce tecnologia, radar e missili.
«Urgenza e dimensione del budget militare è determinato non da reali esigenze di sicurezza nazionale ma da logiche industrial-commerciali che hanno come effetto p
rogrammi sproporzionati rispetto alle necessità», spiegano gli autori del dossier Enrico Piovesana e Francesco Vignarca: «Programmi giustificati gonfiando le necessità stesse, come nel caso dei caccia F-35 o delle navi da rimpiazzare con le nuove, oppure ricorrendo alla retorica del doppio uso militare e civile: la nuova portaerei Trieste è stata presentata come nave umanitaria per il soccorso nel Mediterraneo».

l'Espresso







lunedì 28 novembre 2016

Dilapidatore




Vedi, Michele, non si è mai abbastanza morbosi, perché per quanto si viva del passato c’è sempre qualcosa di ineludibile, nel presente, che ci plagia e ci umilia. Distrazioni, pulsioni, scuse buone per scrollarsi di dosso un po’ di coperte, così quell’aria chiusa in cui consistevi riceve aria nuova, ciao consistenza, nuove scuole, nuove case, nuove luci e noi intanto abbiamo dato il culo a chiunque, a furia di darlo ci siamo persi… Ma basta che ci capiti in mano una nostra fotografia di quando avevamo sette o dieci anni per scioglierci di commozione come ulissidi che rivedan la patria, ecco chi sono gridiamo, quello lì sono, volevo ben dire, io sono sempre quello. Ma intanto, hai dilapidato. Se hai venti giochi e ne conservi diciotto sei già fritto. Se un certo coltellino con il manico di madreperla, una certa calamita smaltata di rosso incominci a metterli lievemente da parte (statevene qui per un po’ dici affettuoso mentre li adagi in un cassetto), ecco, sei fritto. Sei diventato un dilapidatore.

Michele Mari, L'uomo che uccise Liberty Valance (in Tu, sanguinosa infanzia)


 



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