giovedì 23 maggio 2013

Un uomo chiamato DFW


Esce la biografia di D. T. Max dedicata allo scrittore americano scomparso nel 2008. Vita, opere e ombre del personaggio D. F. Wallace.

Verso Wallace non si prova la mera curiosità morbosa che tipicamente investe la vita delle star (e Wallace una star lo era, volente o nolente, comunque dolente). Agisce invece un meccanismo di relazione letteraria fra autore e lettore innescato dallo stesso, e pur schivo, Wallace. La sua morte ha infine evidenziato i punti di contatto tra le vicende di dipendenza e di paralisi relazionali di cui scriveva e quelle che viveva. Difficile attenersi alle prime, come se le seconde non vi fossero impigliate intrinsecamente.(…)
Informatissimo, asciutto eppure struggente, il libro di D. T. Max (collaboratore del New Yorker di cui nessuno conosce generalità più complete) mostra come Wallace sia stato autore anche di sé stesso (…)
Uno scrittore dai talenti così sorprendenti, dallo stile così sfaccettato e dalla capacità tanto estrema di entrare in relazione diretta con i suoi lettori (riuscendo, come si proponeva, a far loro «palpitare le teste come cuori») è quasi inevitabile sia promosso post mortem a santino, o santone. Max evita dissacrazioni brutali, ma pure non tace vizi, bugie, comportamenti in parte artificiali del suo eroe, che usualmente era invece sincero, onesto e generoso. (…) 
È forse un paradosso, ma sono invece proprio quei lati deboli a farci riconsiderare la potenza della scrittura di Wallace e a farcelo (e farcela) ammirare se possibile ancor più di prima. Fosse stato un nerd, nato in una famiglia agiata e benestante, formato in scuole esclusive, di psiche pacata e abitudini salubri, sarebbe più facile accettare la cultura enciclopedica, la scrittura impeccabile, la profondità di analisi, lo humour irresistibile, la genialità di un’inventiva e di un pensiero che in solido hanno rivoluzionato la scena letteraria occidentale. Ma Wallace, al contrario, ha fatto scuole normalissime, la sua famiglia ha vissuto anche traversie dolorose (seppure non straordinarie), è stato a lungo dipendente da marijuana, alcool, forse anche sesso, e al secondo anno di università (quando era già riconosciuto come uno studente eccezionale) ha avuto la prima crisi depressiva di quella serie che gli avrebbe concesso pochi intervalli di serenità, artistica e personale. È a un uomo così travagliato che dobbiamo un’opera tanto splendente. (…)
A un certo punto della sua maturazione artistica, fra la superiorità consolatoria dell’ironia e la più pervasiva e misteriosa umiltà del luogo comune, Wallace ha scelto la seconda, calandosi sino ai fondamenti ultimi della banalità e della solitudine occidentale. Ha così prosciugato la scrittura e arginato volontariamente il proprio talento comico debordante; ma ha anche continuato a frammentare ed eludere i meccanismi della piacevolezza romanzesca, convinto com’era che sia cruciale non ricadere nell’equivoco dell’intrattenimento e che lo sforzo che uno scrittore chiede ai lettori non è per sé: lo chiede proprio per loro. Né la mancanza di soluzioni esplicite dei suoi enigmi narrativi è incompiutezza: è, piuttosto, la rappresentazione assieme letteraria e metaletteraria di un buco, del vuoto che ogni arte d’intrattenimento finge di riempire, ottenendo solo di sviluppare una nuova dipendenza per l’intrattenimento stesso. (…)
È allora opportuna e bella la coerenza con cui il biografo non si sogna di poter offrire una soluzione all’enigma aggiuntivo e ultimo, incarnato dal protagonista del suo libro: l’autore che ha sempre usato le armi della reticenza e del taglio improvviso per sottrarre il destino dei suoi personaggi dalla disponibilità immediata dei lettori (ma non dalla loro possibile comprensione), e infine, autore anche del suo personaggio, se n’è servito per interrompere la sua stessa vita.

Stefano Bartezzaghi, la Repubblica, 21/05/2013


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