Ho
imparato che niente è più terribile che trovarsi faccia a faccia
con gli oggetti di un morto. Di per sé le cose sono amorfe: assumono
significato solo in funzione della vita che ne fa uso. Quando essa
giunge al termine, le cose cambiano anche restando uguali. Ci sono e
non ci sono, come spettri tangibili, condannati a sopravvivere in un
mondo dove non hanno più posto. Che ne sarà, ad esempio, di un
armadio pieno di vestiti in silenziosa attesa di essere indossati da
un uomo che non aprirà l'anta mai più? O delle scatole di
preservativi sparse nei cassetti rigurgitanti biancheria e calzini? O
del rasoio elettrico abbandonato in bagno, ancora zeppo della barba
polverizzata dell'ultima rasatura? O del manipolo di flaconi vuoti di
tintura per capelli, nascosti nella borsa di pelle da viaggio?…
Rivelarsi improvviso di cose che nessuno vuol vedere, che nessuno
desidera conoscere. In tutto questo c'è violenza, e anche una sorta
di orrore. In sé le cose non significano nulla, come gli utensili da
cucina di una civiltà scomparsa; e tuttavia ci dicono qualcosa,
imponendosi non in quanto oggetto, ma come avanzi del pensiero, della
coscienza, emblemi di una solitudine ove l'uomo giunge a prendere le
decisioni personali; se tingersi i capelli oppure no, se indossare
l'una o l'altra camicia, se vivere o morire. E la futilità di tutto
questo quando arriva la morte.
P.
Auster, L'invenzione della solitudine
Nessun commento:
Posta un commento