sabato 9 febbraio 2013

Bobo / Berto



Dietro Bobo mi nascondo, ma mi porto dentro Berto, zio di mio padre, fratello di mio nonno, del quale porto il nome che io, secondogenito, ho avuto per tradizione. Emiliano contadino, scapolo, mezzo scemo del villaggio, uomo mite e buono, sgonfiatore di damigiane, sempre in mezzo a risse e puttane, ma una era la sua morosa preferita, la Caterina, una donna tonda e ubriacona che lui dal paese, gonfio di vino, caricava sulle spalle per portarla nella stalla, e quando nel tragitto lei gli diceva “Berto ho da pisciare!” lui neanche si fermava e così le rispondeva “Piscia pure, basta che non caghi”. E così con questa precisazione lei gli lasciava sulla giacca il suo odore e il suo calore come un vino, che dal consumatore ritorna al produttore, come una gatta a segnare il suo territorio animale. Mio nonno Giuseppe, suo fratello, era tornato dall’America, dove era andato a far fortuna dieci anni giù in miniera (per morire un anno dopo il suo ritorno, di silicosi come premio) per comprare un po’ di terra ed un mulino e non aver bisogno di nessuno, specie della tessera del fascio per dover mangiare, perché il mulino da mangiar ne dava. L’Emilia nell’Appennino è terra dura, in salita, piena di sassi e forgiava uomini rozzi e grossi, e poi con la guerra fu ancora più dura perché lì passava la cosiddetta Linea gotica. I tedeschi in ritirata come bestie impazzite rastrellavano e ammazzavano famiglie intere, tra cui parte della mia. 
E così toccò anche a zio Berto, che col mitra puntato obbligarono a caricar sacchi e roba sui loro mezzi, lui mentre caricava con la rabbia, forse nascondendo la paura, così mugugnava e bestemmiava…: “Dio porc di un Dio boia! Catvengn un cànker in bocca, boia d’un Dio lader…” Non finì il calvario, prima lo fucilarono.

E così lo voglio ricordare come uno che bestemmiava, perché la vita era troppo ingiusta e dura e che forse quel giorno s’era alzato pure male e non aveva voglia di arrivare a sera. Quasi indifferente persino agli assassini, così, magari a non voler dar loro soddisfazione, chissà, a volerli ringraziare di liberarlo da una vita di letame e mosche e zappar nel sole, contro un Dio a cui neanche credeva ma che l’aveva messo lì. 

E se Dio c’è, certo lo perdona, e magari gli chiede pure scusa. 
E così dietro Bobo mi nascondo, ma dentro porto Berto. E quando mi dicono di stare coi più forti e i loro culi dover leccare, e sedermi alle loro cerimonie di vuote parole, io vedo facce che bramano potere, vedo le stesse, quelle che dan l’ordine di sparare. E allora sento in me una voce che dice “a me ciam Bert! Bert Rundell” e comincio a bestemmiare! “Dio porc di un Dio boia! Catvengn un cànker in bocca, boia d’un Dio lader…!!!”



venerdì 8 febbraio 2013

martedì 5 febbraio 2013

Slanted & Enchanted



I was dressed for success 
But success it never comes 



And I'm the only one who laughs
At your jokes when they are so bad
And your jokes are always bad





lunedì 4 febbraio 2013

Tashiro-jima & Fukuoka, Japan





Tashiro-jima probabilmente è l’unico posto al mondo dove ci sono più felini che persone. Meglio conosciuta come “l’isola dei gatti”, questo lembo di terra conta circa 100 residenti (in maggioranza anziani) e centinaia, centinaia di gatti.  I pescatori sono convinti, infatti, che nutrire i gatti porti loro fortuna e salute, una credenza che continua ancora oggi.  Oggi nell’isola si contano almeno 10 santuari, oltre a 51 statue raffiguranti mici e molti edifici a forma di gatto, con tanto di “orecchie”. I felini, dal canto loro, sono talmente abituati al contatto con gli uomini, che seguono sempre i turisti, accompagnandoli mentre visitano l’isola.

Fukuoka è una città che si trova nell'isola di Kyushu; qui una colonia di gatti vive in simbiosi con la popolazione locale, accettata, nutrita e coccolata, tanto da essere stata ribattezzata l’isola dei gatti. I pescatori locali danno loro da mangiare e i mici sono liberi di vagare sull'isola, per le strade, i cantieri, i portici e le case.

 

 

 

Lettera




Querida Bats,
non è solo coraggio, bisogna avere radici come sabbia del deserto mossa dal vento dell’imperscrutabile, e un’anima colma a tal punto di una disperazione tale da rendere automatica la simbiosi coi disperati del mondo, l’unica patria a cui mi sono sentito veramente di appartenere.
Ma non è necessario accendersi la pipa con calma, e andare a sedersi dinnanzi ai carri armati israeliani, per esprimere il coraggio dei propri valori. Non è necessario essere pronti a sacrificare se stessi, subito, adesso, l’intera propria vita per considerarsi coerenti coi propri proponimenti.
C’è tutto un microcosmo di sofferenza nelle nostre città così ben imbellettate, un micro che in realtà è macroscopica ingiustizia.    
Quegli stessi uomini-tonno, quando riescono a sbarcare e a disperdersi sulla terraferma, rimangono pur sempre pesci fuor d’acqua. E poco dopo magari li si ritrova agli angoli delle strade, a vendere la loro paccottiglia e i cd pirata per sopravvivere, per non venire a patti con criminalità e spaccio, come i miei amici senegalesi, venditori ambulanti con due lauree alle spalle conseguite nella migliore università di Dakar.
Richiedono dignità, non carità.
E magari amicizia.
C’è tutta una subcultura dominante e omologante, (una vera peste bubbonica, ci vorrebbe, per svuotare tutta questa umanità disumanizzante) di razzismi, edonismo, individualismo esasperato al punto da considerare zerbini le lecite richieste di diritti civili, a tal punto consolidato da abituarci alla prevaricazione sociale.
A questi carri armati di bigottismo e perbenismo fascista, bisognerebbe saper rispondere giorno per giorno.
Non bisogna lasciar passare niente.
Che sia un risolino di scherno bisbigliato su di un mezzo pubblico, che cela dietro denti ben curati la carie delle svastiche, una usurpazione fatta sul posto di lavoro di cui siamo testimoni, una violenza verbale ai danni di un miserabile per strada.
Ribellarsi, non retrocedere di un passo, ora sì con coraggio, osare, anche a costo di apparire pazzi, maniacali e utopici, vecchi tromboni già a trent’ anni, a costo di pagarne le conseguenze da soli.
Semplici comportamenti, coerenti con se stessi, possono essere rivoluzionari, “cambiare se stessi e per osmosi cambierà anche il mondo!”, mi ripete ancora adesso da compianto, Tiziano Terzani.
Consumare meno, è la prima forma di ribellione a quel meccanismo di moderno fascismo che ci vuole ingranaggi dediti al consumo di beni per lo più futili (caxxo, a me è due settimane che mi hanno tagliato il gas, vabbe io sono patologico, ora cucino col vapore).
Cercare la propria presunzione di guerrilla personale, di rivoluzione, che sia il volontariato un mese all’anno in Africa, o un giorno alla settimana all’ospedale dietro casa, o visitando l’anziana in attesa della morte, l’extracomunitario gettato sul marciapiede. Che ripeto innanzitutto ha bisogno di un sorriso, prima dell’acquisto della sua paccottiglia.
Invece sono stanco Bats, tremendamente esausto.
Di scorgere dalla visuale del mio angolo di mondo fantomatici personaggi che si dicono di sinistra, e spendono tante belle parole sui loro blog, e poi li ritrovi negli stessi posti fighetti frequentati dai primi fans berlusconiani, e non possono fare a meno di bere cocacola perché è buona, anche se sanno benissimo che in Colombia la Coca Cola Company fa sterminio di sindacalisti, e in India prosciuga di acqua potabile interi villaggi. Che ad agosto vanno una settimana a stendersi su spiagge esotiche, dove sono serviti e riveriti come sovrani (forse per compensare la loro vita occidentale di servi) da schiavi locali, ben consci che oltre il recinto sorvegliato del villaggio turistico o dell’albergo di lusso la gente vive con meno di due euri al giorno, uno tsunami magari ha fatto strage d’innocenti, una guerra impazza (Sharm el Sheik, ragazzi l’Egitto confina con Gaza) e poi  magari si sorprende se qualcuno gli lascia sotto l’ombrellone oltre l’asciugami stirato e un rinfresco, una bella bomba travestita da vendetta.
Che Terzani l’hanno letto ma in pratica sono più emuli dell’ Oriana. Che alle manifestazioni per la pace ci vanno perché è di tendenza, e insomma, a qualche gruppo bisogna pure appartenere.
Che la loro indignazione dura giusto il tempo di 5 righe in un post, poi via si cambia argomento.
Che insomma la coerenza fra il dire e il fare è totalmente priva di sostanza.
Perché è faticoso, e poco conveniente.
Che è così vigliacco da non prendere posizione coi fatti su quegli ideali di cui si fa ventaglio, anche a rischio di perdere il 90% degli amici, e ritrovarsi poi solo, a sbuffare fumo da questa mia pipa affacciato sul davanzale di un minilocale al quarto piano di una città che è in realtà è un deserto e sotto non si scorge quasi più nulla di umano.
ton Vik.

Lettera di Vittorio Arrigoni ad un’amica di Berlino

Vittorio Arrigoni  (Besana in Brianza, 4 febbraio 1975 – Gaza, 15 aprile 2011)





 

venerdì 1 febbraio 2013

World Record






Canzoni


Una volta a Sanremo hanno cantato un uomo e una donna. In quel periodo io ero molto innamorato di una ragazza che viveva molto lontano. Ci vedevamo una volta ogni due o tre mesi. Pensavo spesso che forse era una stupidaggine essere innamorato di una ragazza che viveva molto lontano, visto che soffrivamo così tanto. Tutte le cose che accadevano, accadevano mentre eravamo separati. Anche il Festival di Sanremo non lo stavamo guardando insieme.
Mentre sto pensando tutte queste cose, sento che i due cantanti cominciano a parlare proprio a me, perché dicono: "Dimmi perché piangi. E perché non mangi. Dimmi perché stringi forte le mie mani, e coi tuoi pensieri ti allontani". E poi lui, dopo aver esitato a lungo, affronta il nocciolo della questione, con la sincerità e la spietatezza necessarie in alcune situazioni.
Dice: "Non amarmi perché vivo a Londra".
Cioè, voleva dire che piangeva e non mangiava perché era un amore impossibile, perché lui viveva troppo lontano. A Londra. Da Sanremo a Londra, non ci si può amare. Stava parlando a me e alla mia ragazza che viveva molto lontano. Era con tutta evidenza un segno del destino. Io stavo riflettendo e avevo tanti dubbi, e una sera una canzone mi diceva che uno che stava a Londra intimava alla fidanzata di non amarlo più, perchè viveva troppo lontano. Allora ho chiamato un mio amico e gli ho urlato al telefono: hai sentito? È un segno del destino. La devo lasciare. Quando finalmente è riuscito a parlare, il mio amico mi ha spiegato che nella canzone lui non diceva "non amarmi perché vivo a Londra", che dovevo ascoltare bene, e ascoltando bene infatti lui non diceva "non amarmi perché vivo a Londra", ma "non amarmi perché vivo all'ombra". Diceva all'ombra. Lo diceva perché era cieco. E il mio amico mi chiedeva: ma non hai visto che era cieco? Sì, l'avevo visto, ma che c'entra, non pensavo che tutti i ciechi dovessero cantare delle canzoni sui ciechi. Bocelli non lo fa, mi pare.


 (Francesco Piccolo, Momenti di trascurabile felicità)