lunedì 4 febbraio 2013

Lettera




Querida Bats,
non è solo coraggio, bisogna avere radici come sabbia del deserto mossa dal vento dell’imperscrutabile, e un’anima colma a tal punto di una disperazione tale da rendere automatica la simbiosi coi disperati del mondo, l’unica patria a cui mi sono sentito veramente di appartenere.
Ma non è necessario accendersi la pipa con calma, e andare a sedersi dinnanzi ai carri armati israeliani, per esprimere il coraggio dei propri valori. Non è necessario essere pronti a sacrificare se stessi, subito, adesso, l’intera propria vita per considerarsi coerenti coi propri proponimenti.
C’è tutto un microcosmo di sofferenza nelle nostre città così ben imbellettate, un micro che in realtà è macroscopica ingiustizia.    
Quegli stessi uomini-tonno, quando riescono a sbarcare e a disperdersi sulla terraferma, rimangono pur sempre pesci fuor d’acqua. E poco dopo magari li si ritrova agli angoli delle strade, a vendere la loro paccottiglia e i cd pirata per sopravvivere, per non venire a patti con criminalità e spaccio, come i miei amici senegalesi, venditori ambulanti con due lauree alle spalle conseguite nella migliore università di Dakar.
Richiedono dignità, non carità.
E magari amicizia.
C’è tutta una subcultura dominante e omologante, (una vera peste bubbonica, ci vorrebbe, per svuotare tutta questa umanità disumanizzante) di razzismi, edonismo, individualismo esasperato al punto da considerare zerbini le lecite richieste di diritti civili, a tal punto consolidato da abituarci alla prevaricazione sociale.
A questi carri armati di bigottismo e perbenismo fascista, bisognerebbe saper rispondere giorno per giorno.
Non bisogna lasciar passare niente.
Che sia un risolino di scherno bisbigliato su di un mezzo pubblico, che cela dietro denti ben curati la carie delle svastiche, una usurpazione fatta sul posto di lavoro di cui siamo testimoni, una violenza verbale ai danni di un miserabile per strada.
Ribellarsi, non retrocedere di un passo, ora sì con coraggio, osare, anche a costo di apparire pazzi, maniacali e utopici, vecchi tromboni già a trent’ anni, a costo di pagarne le conseguenze da soli.
Semplici comportamenti, coerenti con se stessi, possono essere rivoluzionari, “cambiare se stessi e per osmosi cambierà anche il mondo!”, mi ripete ancora adesso da compianto, Tiziano Terzani.
Consumare meno, è la prima forma di ribellione a quel meccanismo di moderno fascismo che ci vuole ingranaggi dediti al consumo di beni per lo più futili (caxxo, a me è due settimane che mi hanno tagliato il gas, vabbe io sono patologico, ora cucino col vapore).
Cercare la propria presunzione di guerrilla personale, di rivoluzione, che sia il volontariato un mese all’anno in Africa, o un giorno alla settimana all’ospedale dietro casa, o visitando l’anziana in attesa della morte, l’extracomunitario gettato sul marciapiede. Che ripeto innanzitutto ha bisogno di un sorriso, prima dell’acquisto della sua paccottiglia.
Invece sono stanco Bats, tremendamente esausto.
Di scorgere dalla visuale del mio angolo di mondo fantomatici personaggi che si dicono di sinistra, e spendono tante belle parole sui loro blog, e poi li ritrovi negli stessi posti fighetti frequentati dai primi fans berlusconiani, e non possono fare a meno di bere cocacola perché è buona, anche se sanno benissimo che in Colombia la Coca Cola Company fa sterminio di sindacalisti, e in India prosciuga di acqua potabile interi villaggi. Che ad agosto vanno una settimana a stendersi su spiagge esotiche, dove sono serviti e riveriti come sovrani (forse per compensare la loro vita occidentale di servi) da schiavi locali, ben consci che oltre il recinto sorvegliato del villaggio turistico o dell’albergo di lusso la gente vive con meno di due euri al giorno, uno tsunami magari ha fatto strage d’innocenti, una guerra impazza (Sharm el Sheik, ragazzi l’Egitto confina con Gaza) e poi  magari si sorprende se qualcuno gli lascia sotto l’ombrellone oltre l’asciugami stirato e un rinfresco, una bella bomba travestita da vendetta.
Che Terzani l’hanno letto ma in pratica sono più emuli dell’ Oriana. Che alle manifestazioni per la pace ci vanno perché è di tendenza, e insomma, a qualche gruppo bisogna pure appartenere.
Che la loro indignazione dura giusto il tempo di 5 righe in un post, poi via si cambia argomento.
Che insomma la coerenza fra il dire e il fare è totalmente priva di sostanza.
Perché è faticoso, e poco conveniente.
Che è così vigliacco da non prendere posizione coi fatti su quegli ideali di cui si fa ventaglio, anche a rischio di perdere il 90% degli amici, e ritrovarsi poi solo, a sbuffare fumo da questa mia pipa affacciato sul davanzale di un minilocale al quarto piano di una città che è in realtà è un deserto e sotto non si scorge quasi più nulla di umano.
ton Vik.

Lettera di Vittorio Arrigoni ad un’amica di Berlino

Vittorio Arrigoni  (Besana in Brianza, 4 febbraio 1975 – Gaza, 15 aprile 2011)





 

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