«Molte idee diventano delle deformità
che poi non si correggono piú per tutta la vita», disse lui. Le idee spesso ci
stupiscono ancora dopo anni, ma prima o poi rendono sempre ridicolo chi le ha
avute. Le idee vengono da un regno che esse in realtà non abbandonano mai.
Continuano a restare lí dentro, le idee: nel regno dei sogni. «Non esiste una
sola idea che si spenga, che possa venir spenta. L’idea è reale e tale resta».
Quella notte aveva meditato sul dolore. «Il dolore in realtà non esiste. È
un’invenzione necessaria». Il dolore non è il dolore come una mucca è una
mucca. La parola dolore attira l’attenzione di un sentimento su un altro
sentimento. Il dolore è un sovrappiú. Ma è l’idea del dolore ad essere realtà.
Di conseguenza il dolore esiste e non esiste. «Ma il dolore non esiste, – disse
lui. – Come non esiste la felicità, nessuna felicità. Creare un’architettura
basata sul dolore». Tutti i pensieri, le immagini sono involontari come i
concetti di chimica, di fisica e di geometria. Bisogna conoscere questi
concetti per sapere qualcosa. Per sapere ogni cosa. Se ci si limita alla
filosofia non si fa un solo passo avanti. «Nulla è progressivo, ma nulla è meno
progressivo della filosofia. Il progresso è una sciocchezza. Impossibile».
domenica 19 gennaio 2014
Gelo
All’improvviso,
disse lui, s’era completamente reso conto di quale fosse stata la sua
disgrazia, “un certo giorno di cui, deve sapere, potrei dirle la data così come
potrei dirle i nomi delle persone con cui ho avuto a che fare quel giorno;
gente di città, gente di grandi città, tutti saldamente ancorati al mondo che
s’erano costruiti, allo spazio vitale di una fabbrica oppure di una galleria
d’arte che fa buoni affari nel centro della città, oppure all’ambiente che si
crea attorno a un’invenzione che loro avevano fatto e che gli fruttava grosse
somme di denaro, oppure gente che era semplicemente felice senza sapere perché
e come né si preoccupava di scoprirlo, con cui avevo dei rapporti che via via
mi facevano un effetto demoralizzante, mi annoiavano a morte e mi ripugnavano,
dei rapporti che col tempo degeneravano; passavo intere notti in casa di quella
gente; mi facevo mostrare montagne di fotografie, davanti a me loro
rovesciavano interi cervelli pieni di barzellette sporche e io ero costretto a
ridere e ridevo davvero e bevevo, ridevo e dormivo, spesso sul pavimento, poi
ero di nuovo costretto a tirar fuori i grandi nomi dell’arte ed ero in uno
stato così miserando che però sembrava attirarli, quella miseria che era dentro
di me e che si esprimeva nella mia persona li attirava, mi portavano con sé in
questo o in quel luogo e volevano unirmi una volta per tutte alle loro vite,
finché non giunse il momento, quel certo giorno, in cui capii che dovevo farla
finita, non tornare indietro, ché tornare indietro era ed è impossibile e la
feci finita con loro, la feci semplicemente finita e, lontanissimo da quelle
persone e dalle loro abitudini, lontano dai loro averi e dalle loro opinioni,
lontanissimo dal loro mondo che non era adatto al mio mondo, proseguii da solo,
su un piano diverso, da un giorno all’altro quando mi resi esattamente conto
che ormai non appartenevo più ad alcun mondo, né a quello dal quale ero appena
fuggito, né a quello dal quale ero venuto né a quello nel quale, senza
conoscerlo esattamente, volevo andare, verso il quale mi stavo incamminando,
come un evaso dal carcere fuggivo in tutte le direzioni per non cadere nelle
mani dei miei inseguitori…” Era una disgrazia non appartenere più ad alcun
mondo, “non avere assolutamente più nulla”.
Thomas Bernhard, Gelo
"Lui era un
pessimista, che è già di per sé qualcosa di ridicolo, ma lui era qualcosa di
ancora molto più terribile".
mercoledì 15 gennaio 2014
Madeleines
Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo
freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima
rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci
corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva
scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per
la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente
alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto
della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino
toccò il mio palato trasalii, attento al fenomeno straordinario che si
svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di
causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicessitudini, inoffensivi i
rovesci, illusoria la brevità della vita… non mi sentivo più mediocre,
contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta?
Sentivo che era connessa col gusto del tè e della maddalena. Ma lo superava
infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva? Che
senso aveva? Dove fermarla? Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla
della prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. E tempo di
smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che
cerco non è in essa, ma in me. E’ stata lei a risvegliarla, ma non la conosce,
e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente,
quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno
essere in grado di richiederle e ritrovare intatta, a mia disposizione (e
proprio ora), per uno schiarimento decisivo. Depongo la tazza e mi volgo al
mio spirito. Tocca a lui trovare la verità… retrocedo mentalmente all’istante in
cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza
alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più… ma mi accorgo
della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi
quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze
prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto
davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima
sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe
salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma
sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi
percorsi… All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del
pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle
il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel
suo infuso di tè o di tiglio….
lunedì 13 gennaio 2014
Geniali invenzioni
Le geniali invenzioni del
Professor Caspita! di Lorenzo De Felici
http://professorcaspita.tumblr.com/
Scrittori
Amo soprattutto Stendhal perché solo
in lui tensione morale individuale, tensione storica, slancio della vita sono
una cosa sola, lineare tensione romanzesca.
Amo Puskin perché è limpidezza,
ironia e serietà.
Amo Hemingway perché è matter of
fact, understatement, volontà di felicità, tristezza.
Amo Stevenson perché pare che voli.
Amo Cechov perché non va più in là di
dove va.
Amo Conrad perché naviga l’abisso e
non ci affonda.
Amo Tolstoj perché alle volte mi pare
d’essere lì lì per capire come fa e invece niente.
Amo Manzoni perché fino a poco fa
l’odiavo.
Amo Chesterton perché voleva essere
il Voltaire cattolico e io volevo essere il Chesterton comunista.
Amo Flaubert perché dopo di lui non
si può più pensare di fare come lui.
Amo Poe dello Scarabeo d’oro.
Amo Twain di Huckleberry Finn. Amo
Kipling dei Libri della Giungla.
Amo Nievo perché l’ho riletto tante
volte divertendomi come la prima.
Amo Jane Austen perché non la leggo
mai ma sono contento che ci sia.
Amo Gogol perché deforma con
nettezza, cattiveria e misura.
Amo Dostoevskij perché deforma con
coerenza, furore e senza misura.
Amo Balzac perché è visionario.
Amo Kafka perché è realista. Amo
Maupassant perché è superficiale.
Amo la Mansfield perché è
intelligente.
Amo Fitzgerald perché è insoddisfatto.
Amo Radiguet perché la giovinezza non
torna più.
Amo Svevo perché bisognerà pur
invecchiare.
sabato 11 gennaio 2014
Enter the Earth
Il mio lavoro è rivolto ai
percettivi più che agli opinionisti. Nel mondo dominato dall’attualità, nelle
macerie della modernità e dell’autismo corale, la paesologia propone un
semplice esercizio per disintossicarsi dalle opinioni, per dare attenzione alle
cose usuali, alle cose qualsiasi che nessuno guarda perché ovvie.
È un’esperienza per chi ama
guardare il mondo, piuttosto che giudicarlo: osservare i luoghi e i modi di
abitarli senza ansie di denunce o compiacimento.
Scrivere con la luce che
c’è fuori e con il buio che abbiamo dentro. Esercizi di etnologia soggettiva
per riattivare la percezione: l’idea guida è che dove si pensa che non c’è
niente in realtà c’è sempre qualcosa.
La paesologia va dietro le
meraviglie del mondo esterno: scoprire come ci si sente in un paese sapendo che
ogni paese è diverso da tutti gli altri, scoprire che il nostro corpo è un
estraneo, servire la poesia piuttosto che servirsene, sentire che la vita non è
tensione verso un fine trascendente, ma tempo che passa e ci chiama a
ritrovarci assieme ad altri gioiosamente, pur sapendo che ognuno è dentro un
suo esilio implacabile e ogni lietezza è provvisoria.
Io sono in mezzo al corpo,
in mezzo allo spavento e all’incanto di stare al mondo. Il corpo sta nella
luce, il corpo prende umori da fuori e ne produce di suoi, li prende dai
demoni, dalla polvere di stelle depositata sul fondo delle vene, li prende
dall’aria che abbiamo respirato dieci anni prima, dal bacio che non abbiamo
avuto.
Non posso confezionarmi in
un discorso preciso, sono a metà tra un comizio e gli occhi di una volpe
puntata dai fari, innocenza e intrigo, fare un passo senza sapere come fare il
successivo, furia e indugio, oltranza e vaghezza, infiammazione e fuga.
Adesso sono diventato
intimamente politico, dal punto della testa dove il pesciolino della morte si
dibatte nella sua rete fino al punto in cui il mondo pensa di darsi ordine,
fino al punto in cui il mondo ci riguarda il meno possibile. La virata è
avvenuta nel corpo, nel corpo si prepara tutto: la scrittura, l’amore e la
morte.
Il mio è un cercare casa,
sapere che non ne ho una, la casa la cerco in un abbraccio, in una frase. Io
sono singolo e solitario, non convergo se non per lampi, per apparizioni. Sono
a metà tra la poesia e l’etnologia, non potrei mai essere solo una cosa e
l’altra, sono l’intreccio di intimità e distanza, incontrare un luogo e una
persona come cose che possono venirmi incontro e che possono lasciarmi: ancora
il non trovare casa.
Esco per il sole, per
vedere la morte che confeziona il suo vestito sui corpi degli anziani, vedere
le panchine, le merendine dentro i bar, la scena del mondo di adesso, quelli
che nel bar raschiano i numeri per diventare ricchi.
Tengo la felicità in bocca
e la morte vicina all’orecchio.
Accolgo quello che accade
in strada, alla televisione, al gabinetto, il colpo di tosse, il fazzoletto in
tasca, il sesso, i cani, la luna, e da poco perfino il mare.
Sono sempre intreccio, mai
un filo solo.
Franco Arminio , Geografia commossa dell’Italia interna
Concedetevi una vacanza
intorno a un filo d’erba,
dove non c’è il troppo di ogni cosa,
dove il poco ancora ti festeggia
con il pane e la luce,
con la muta lussuria di una rosa.
intorno a un filo d’erba,
dove non c’è il troppo di ogni cosa,
dove il poco ancora ti festeggia
con il pane e la luce,
con la muta lussuria di una rosa.
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