venerdì 3 novembre 2017
Città sbadate
Questa
è una città di saliscendi non soltanto alle finestre, ma di
scalette che scendono e risalgono per passaggi nascosti, di corti
improvvise e buie, di cunicoli arcuati da un palazzo all’altro,
camminamenti scavati nei secoli come da vermi, una città dove i
morti si sentono, composti e presenti, non morti sguaiati. Se ne
sente il respiro e il ronfo, c’è un’età in cui lo si comincia
ad avvertire nettamente, e piano piano si capisce che il pensiero
della morte non è altro che questo, la capacità di smorzare tutti
gli altri suoni, vani e caduchi, per percepire il ronzio della
comunità disincarnata e russante alla quale si apparterrà per
sempre. Non tutte le città permettono questo ascolto, il mondo è
pieno di città inconsapevoli o illuse, città sbadate, dove i morti
non si sentono, e perciò sono dei semplici scomparsi; in quelle
città bisogna cercarli negli strati sottostanti, aprire una botola
in fondo a una cantina, scoperchiando un cielo grigio su strade
ancora piene di carri e di miseria, di carbone, di tram a cavalli e
venditori d’acqua ambulanti, di una popolazione in costume con le
scarpe impolverate, dove le fabbriche continuano a sfornare
macchinari scheletrici, e una folla di ragazzini sdentati e
analfabeti solleva gli occhi e ti guarda irridente.
Daniele
Del Giudice, I racconti
Laika
3
Novembre 1957
Laika,
la prima creatura vivente spedita in orbita, non morì la morte
indolore nello spazio dopo una settimana di orbite, come la
propaganda disse allora, ma una morte orrenda e
struggente, inscatolata nel minuscolo Sputnik, poche ore dopo il
lancio.
Il suo cuore di cane fu schiantato dal panico e dalla solitudine incomprensibile.
Il suo cuore di cane fu schiantato dal panico e dalla solitudine incomprensibile.
Laika,
insieme con Mushka e Albina, due altri cagnetti presi a caso tra i
bastardini nelle vie della capitale, era stata scelta per la sua
docilità, per la sua resistenza alle prove d'accelerazione nella
centrifuga e, dannazione dei piccoli, per le sue dimensioni
contenute. Non c'era molto spazio per ospitare un cane dentro lo
Sputnik 2, dal peso totale di 108 chili, che i vettori sovietici erano
in grado di sparare in orbita in quel novembre del 1957. Ma per
piccina e mansueta che fosse, Laika era pur sempre un cane e ci volle
tempo per adattarla a quel viaggio.
Fu messa insieme alle due compagne nel frullatore della centrifuga che le spingeva il cuore fino a tre volte il ritmo normale delle pulsazioni cardiache, nella paura e nella fatica di pompare il sangue nel corpo schiacciato dall'accelerazione gravitazionale. Aveva una tendenza a soffrire di panico, perché il cuore impiegava poi il triplo di tempo rispetto alle sue compagne per tornare a velocità normale.
Fu messa insieme alle due compagne nel frullatore della centrifuga che le spingeva il cuore fino a tre volte il ritmo normale delle pulsazioni cardiache, nella paura e nella fatica di pompare il sangue nel corpo schiacciato dall'accelerazione gravitazionale. Aveva una tendenza a soffrire di panico, perché il cuore impiegava poi il triplo di tempo rispetto alle sue compagne per tornare a velocità normale.
Laika
e le sue compagne furono costrette a vivere in gabbiette e
contenitori sempre più piccoli e strette da catenelle sempre più
strette, per 3 settimane, e a nutrirsi solo di
gelatine.
Alla fine dell'addestramento, se così possiamo chiamare quella tortura, la vediamo nelle foto d'epoca, che spunta con il muso dall'ogiva nella quale sarebbe stata sparata dalla base di Baikonur, strettamente incatenata, per impedirle di rivoltarsi e di muoversi dentro il tubo.
Alla fine dell'addestramento, se così possiamo chiamare quella tortura, la vediamo nelle foto d'epoca, che spunta con il muso dall'ogiva nella quale sarebbe stata sparata dalla base di Baikonur, strettamente incatenata, per impedirle di rivoltarsi e di muoversi dentro il tubo.
Laika
fu lanciata, senza sapere che per lei non era stato previsto nessun
rientro trionfale, che sarebbe comunque morta girando attorno alla
Terra.
Il dottor Malashenkov, lo specialista che la seguì, ha raccontato a un congresso di medicina spaziale a Houston le ultime ore di Laika. L'elettrocardiografia seguita via radio segnò un aumento parossistico delle pulsazioni quando i motori s'accesero e il missile cominciò a vibrare sollevandosi dalla piazzola, qualcosa che la cagnetta non aveva mai provato prima. Il suo cuore di cane prese a battere irregolarmente, fibrillando quando l'assenza di peso rallentò di colpo le pulsazioni, e alla quarta orbita, dopo 5 ore di tormento, il tracciato divenne misericordiosamente piatto.
Forse fu la temperatura a ucciderla, o l'umidità che si era accumulata nel suo ansimare dentro quello spazio, ma chiunque conosca un cane e abbia visto gli occhi di Laika mentre la insaccano dentro la sua gabbia sa di che cosa è morta quella cagnetta, è morta di paura e di solitudine. Di stress, se si preferisce un'espressione più asettica.
Il dottor Malashenkov, lo specialista che la seguì, ha raccontato a un congresso di medicina spaziale a Houston le ultime ore di Laika. L'elettrocardiografia seguita via radio segnò un aumento parossistico delle pulsazioni quando i motori s'accesero e il missile cominciò a vibrare sollevandosi dalla piazzola, qualcosa che la cagnetta non aveva mai provato prima. Il suo cuore di cane prese a battere irregolarmente, fibrillando quando l'assenza di peso rallentò di colpo le pulsazioni, e alla quarta orbita, dopo 5 ore di tormento, il tracciato divenne misericordiosamente piatto.
Forse fu la temperatura a ucciderla, o l'umidità che si era accumulata nel suo ansimare dentro quello spazio, ma chiunque conosca un cane e abbia visto gli occhi di Laika mentre la insaccano dentro la sua gabbia sa di che cosa è morta quella cagnetta, è morta di paura e di solitudine. Di stress, se si preferisce un'espressione più asettica.
Fonte:
www.repubblica.it/
Un
anno dopo, il 13 dicembre 1958, gli americani lanciarono la
scimmietta Gordo in un volo suborbitale a un’altezza di 500 km: la
capsula finì nell’Atlantico e non venne mai recuperata
Il
28 maggio 1958 gli Usa lanciano con un Jupiter Am-18 due scimmie:
Miss Abel e Miss Baker a un’altezza di 480 km. Abel
morì per complicazioni cardiache 4 giorni dopo il ritorno a Terra.
Sam,
scimmia Rhesus, partì il 4 dicembre 1959 dalla base di Wallops
Island, in Virginia, e raggiunse gli 88 km di altitudine
Il
primo gatto nello spazio è francese. Félicette, una gatta parigina
bianca e nera, partì il 18 ottobre 1963 e rimase in orbita 15 minuti
in un volo suborbitale con elettrodi impiantati nella testa. In
realtà il primo gatto nello spazio doveva essere Félix, che però
scappò il giorno prima del lancio
giovedì 2 novembre 2017
Madri di pezza
L’esperimento
di Harlow: la violenza sui cuccioli di scimmia per spiegare l’amore
tra madre e figlio
Harry
Frederick Harlow è uno psicologo che insegna all’Università del
Wisconsin. Si interessa di affettività e a partire dalla fine degli
anni ‘50 realizza una serie di esperimenti per valutare quale sia
l’origine dell’attaccamento tra madre e figlio e quali
conseguenze possa avere l’assenza di tale legame.
Harlow non si farebbe problemi a realizzare questi studi su dei bambini se la morale comune e l’inaffidabilità dei neonati come campione non glielo impedissero. Ripiega così sui dei piccoli macachi, che per somiglianza alla nostra specie nei segnali affettivi e reattività infantile gli sembrano le cavie più adatte.
Sessanta cuccioli sono così strappati alle proprie madri dopo poche ore dalla nascita. Harlow costruisce per loro due modelli di madri surrogati. Il primo è fatto di legno e viene ricoperto da un panno caldo, il secondo invece è solo un involucro metallico. Quest’ultimo modello viene dotato di un meccanismo per nutrire il piccolo macaco, mentre il primo ne è privo all’inizio dell’esperimento.
Quello che succede è che tutte le piccole scimmie decidono di stare sempre con la “madre di pezza”, spostandosi verso l’altra solo il tempo indispensabile a nutrirsi. Anche quando vengono spaventati, i cuccioli si rifugiano vicino al surrogato di pezza.
Insomma, non è il soddisfacimento dei bisogni primari a creare quel legame indissolubile che in ogni specie si instaura tra madre e figlio ma la necessità di un contatto fisico, del calore, della possibilità di sentirsi protetti e tutelati.
Non contento dei risultati raggiunti, Harlow si spinge oltre. Prima toglie le “madri di pezza” per valutare le conseguenze psicologiche sui piccoli, che ovviamente sono devastanti. Poi isola dalla nascita alcuni cuccioli, per settimane, mesi, addirittura anni, facendoli diventare totalmente passivi e privi di rapportarsi con gli altri individui della propria specie una volta rimessi in gruppo. Molti smettevano perfino di alimentarsi fino alla morte. Le femmine che non avevano alcuno stimolo sessuale vennero fecondate artificialmente. Dopo il parto le conseguenze furono drammatiche, si andava dal totale disinteresse verso la prole ad atti di violenza gravi verso i neonati.
Una parte della comunità scientifica condannò questo e altri esperimenti che Harlow realizzò negli anni seguenti su scimmie e ratti mentre le violenze di tali studi fecero nascere in seno all’opinione pubblica americana i primi fermenti di quei movimenti che negli anni seguenti si sarebbero battuti per i diritti di altre specie.
Harlow non si farebbe problemi a realizzare questi studi su dei bambini se la morale comune e l’inaffidabilità dei neonati come campione non glielo impedissero. Ripiega così sui dei piccoli macachi, che per somiglianza alla nostra specie nei segnali affettivi e reattività infantile gli sembrano le cavie più adatte.
Sessanta cuccioli sono così strappati alle proprie madri dopo poche ore dalla nascita. Harlow costruisce per loro due modelli di madri surrogati. Il primo è fatto di legno e viene ricoperto da un panno caldo, il secondo invece è solo un involucro metallico. Quest’ultimo modello viene dotato di un meccanismo per nutrire il piccolo macaco, mentre il primo ne è privo all’inizio dell’esperimento.
Quello che succede è che tutte le piccole scimmie decidono di stare sempre con la “madre di pezza”, spostandosi verso l’altra solo il tempo indispensabile a nutrirsi. Anche quando vengono spaventati, i cuccioli si rifugiano vicino al surrogato di pezza.
Insomma, non è il soddisfacimento dei bisogni primari a creare quel legame indissolubile che in ogni specie si instaura tra madre e figlio ma la necessità di un contatto fisico, del calore, della possibilità di sentirsi protetti e tutelati.
Non contento dei risultati raggiunti, Harlow si spinge oltre. Prima toglie le “madri di pezza” per valutare le conseguenze psicologiche sui piccoli, che ovviamente sono devastanti. Poi isola dalla nascita alcuni cuccioli, per settimane, mesi, addirittura anni, facendoli diventare totalmente passivi e privi di rapportarsi con gli altri individui della propria specie una volta rimessi in gruppo. Molti smettevano perfino di alimentarsi fino alla morte. Le femmine che non avevano alcuno stimolo sessuale vennero fecondate artificialmente. Dopo il parto le conseguenze furono drammatiche, si andava dal totale disinteresse verso la prole ad atti di violenza gravi verso i neonati.
Una parte della comunità scientifica condannò questo e altri esperimenti che Harlow realizzò negli anni seguenti su scimmie e ratti mentre le violenze di tali studi fecero nascere in seno all’opinione pubblica americana i primi fermenti di quei movimenti che negli anni seguenti si sarebbero battuti per i diritti di altre specie.
mercoledì 1 novembre 2017
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