martedì 20 novembre 2012
lunedì 19 novembre 2012
Ordine narrativo
Come uno
dei pensieri apparentemente distaccati e astratti che così spesso nella sua
vita acquistavano un valore immediato, gli venne in mente che la legge di
questa vita a cui si aspira oppressi sognando la semplicità non è se non quella
dell'ordine narrativo, quell'ordine normale che consiste nel poter dire: Dopo che fu successo questo, accadde
quest'altro.
Quel che ci tranquillizza è la successione semplice, il ridurre a
una dimensione, come direbbe un matematico, l'opprimente varietà della vita;
infilare un filo, quel famoso filo del racconto di cui è fatto anche il filo
della vita, attraverso tutto ciò che è avvenuto nel tempo e nello spazio! Beato
colui che può dire: allorché , prima che e dopo che ! Avrà magari avuto tristi
vicende, si sarà contorto dai dolori, ma appena gli riesce di riferire gli
avvenimenti nel loro ordine di successione si sente così bene come se il sole
gli riscaldasse lo stomaco.
(…)
Nella
relazione fondamentale con se stessi, quasi tutti gli uomini sono dei
narratori. Non amano la lirica, o solo di quando in quando, e se anche nel filo
della vita si annoda qualche perché o affinché, essi esecrano ogni riflessione
che vada più in là: a loro piace la serie ordinata dei fatti perché somiglia a
una necessità, e grazie all'impressione che la vita abbia un corso si sentono
in qualche modo protetti in mezzo al caos.
(Musil, USQ)
venerdì 16 novembre 2012
Axolotl
Io mi appoggiavo alla sbarra di ferro
che corre lungo le vasche e stavo là a guardarli. Non c'è nulla di strano in
questo, perché fin dal primo momento compresi che eravamo legati, che qualcosa
d'infinitamente perduto e distante continuava nonostante tutto a tenerci uniti.
Mi era bastato fermarmi quella prima mattina davanti al vetro della vasca dove
alcune bolle d'aria scivolavano nell'acqua. Gli axolotl si ammonticchiavano sul
meschino e stretto (solo io posso sapere quanto meschino e stretto) pavimento
di pietra e muschio dell'acquario. Erano nove esemplari, e quasi tutti
poggiavano la testa contro il vetro guardando con i loro occhi d'oro chi si
avvicinava. Turbato, quasi vergognoso, provai un sentimento d'impudicizia
nell'affacciarmi su quelle figure silenziose e immobili ammucchiate in fondo
all'acquario. Mentalmente ne isolai una, a destra e un po' discosta dalle
altre, per studiarla meglio. Vidi un corpicino roseo e come traslucido (pensai
alle statuine cinesi di cristallo lattiginoso), simile a una piccola lucertola
di quindici centimetri che termini in una coda di pesce di una delicatezza
straordinaria, la parte piú sensibile del nostro corpo. Lungo la schiena aveva
un'aletta trasparente che si fondeva con la coda, ma ciò che mi ossessionò
furono le zampe, di una finezza straordinaria, che terminavano in dita minute e
in unghie minuziosamente umane. E fu allora che scoprii i suoi occhi, il suo
volto. Un volto inespressivo, senza altro ornamento che gli occhi, due orifizi
come punte di spillo, interamente d'oro trasparente, privi in modo assoluto di
vita, ma che guardavano e si lasciavano penetrare dal mio sguardo che pareva
attraversare il punto aureo e perdersi in un diafano mistero interiore. Un
sottilissimo alone nero circondava l'occhio e lo iscriveva nella carne rosa,
nella pietra rosa della testa vagamente triangolare, ma con lati curvi e
irregolari che la rendevano in tutto simile a una statuina corrosa dal tempo.
La bocca era nascosta dal piano triangolare del volto, solo di profilo
s'indovinava la sua grandezza considerevole; di fronte, una sottile fenditura
incrinava appena la pietra senza vita. Sui due lati della testa, dove avrebbero
dovuto esserci le orecchie, gli crescevano tre rametti rossi come di corallo,
una escrescenza vegetale, le branchie, suppongo. Ed erano l'unica cosa viva in
lui, ogni dieci o quindici secondi i rametti si drizzavano rigidi e si
riabbassavano. Qualche volta una zampa si muoveva impercettibilmente, io vedevo
le piccole dita posarsi con leggerezza sul muschio.
È che a noi non piace
muoverci molto, l'acquario è cosí stretto; appena avanziamo un tantino ci
urtiamo l'un l'altro con la coda o con la testa; nascono difficoltà, liti,
fatica. Si sente meno il tempo se stiamo quieti.
(Julio Cortazar, Axolotl, in Fine del gioco)
mercoledì 14 novembre 2012
Diluvio
Tutti conoscono la vecchia leggenda
dei Prossimani del diluvio. Secondo questa bella tradizione, il diluvio non
devastò l’intero pianeta, ma solo una parte, la più prospera, ampia e fittamente
popolata. Quando prese a piovere e i fiumi si ingrossarono e la gente prima
inumidita, poi seccata, poi travolta si diede alla fuga pei campi, le tribù
viciniori presero a deplorare la situazione. In ciò agevolati dal clima ragionevolmente
sereno, gli uomini migliori di quelle razze si raccolsero in luoghi aprichi;
erano uomini colti, intellettuali, fondatori delle arti, smaliziati
manipolatori di sintassi. Si misero in capo di redigere un documento: il che
essi fecero presto e bene. In quel testo, costoro, rivolgendosi alla Nuvole -
giacché rivolgere direttamente la parola all’iracondo Dio diluviante poteva
prestarsi a interpretazioni che poi sarebbe stato difficile rettificare - ‘fecero
notare’ come fosse contrario ad ogni consuetudine piovere così a lungo, tanto e
in un posto solo; ‘deplorarono’ la devastazione dei campi e delle greggi; e inserirono
un bel pezzo sui bambini annegati, che era cosa di grande e semplice bellezza.
Proseguendo, ed anzi via via incanagliendosi le piogge, i valentuomini si
riunirono di nuovo, e - mentre un comitato di femminette preste di dita e
conocchie si davano a far golfini - elaborarono un secondo documento, che era
senza alcun dubbio accorato. In questo ‘si denunciava’ l’indifferenza delle
piove alla pubblica opinione e si ‘reclamava’ a) l’immediata cessazione del
diluvio, b) la restaurazione del ciel sereno, «inalienabile diritto di tutti i
cittadini», c) l’impegno a non piovere più, se non nelle forme e nei limiti
consacrati dalla tradizione. Il diluvio continuò, e le brave donne allungarono
i golfini adattandoli a comodi sudari, qualche dabbene scrisse una lettera
aperta sulla «inutile strage», che ancora si legge nelle scuole. Si narra anche
che mentre l’incaricato banditore a gran voce leggeva alle Nuvole il messaggio,
più su il Numinoso Caprone si rotolasse sui bronzei planciti dell’empireo, percotendoli
con la latitudine delle arcaiche chiappe, e traendone un clangore di aureolata
letizia.
(G.Manganelli, Alcune
ragioni per non firmare gli appelli, da Lunario dell’orfano
sannita, Einaudi 1973)
lunedì 12 novembre 2012
martedì 6 novembre 2012
Scrittori & Libri
Per diventar
scrittore, bisogna anzitutto esserci nati, e allora la cosa riesce facile e
spontanea, ma se fa difetto l’inclinazione la faccenda è alquanto complicata, e
non si riesce a nulla.
È bene, del resto, che non tutti siano scrittori, se no come si farebbe a trovare un pubblico per ogni libro che si stampa? Saggia è quindi stata la natura nel concedere solo a pochi la fantasia dello scrivere. Credi tu d’essere nato a ciò? Scruta i decreti del destino consultando una sonnambula, o una chiromante. Non di rado, infatti, le persone di talento cercano la verità in ciò che la scienza respinge e deride. Interroga, inoltre, le tue naturali attitudini. Se nel porgere da bere a un amico, la tazza ti sfugge e colpisce un cane che s’avventa e ti morde i polpacci; se mentre stai per lanciare un guanto di sfida, t’avvedi di non aver mai posseduto guanti, e lanci invece una ciabatta smessa; se al colmo della disperazione vorresti chiudere gli occhi e gettarti dalla finestra, e invece chiudi la finestra e ti getti a dormire sul letto; se, insomma tutto ciò che fai ti torna a rovescio, o viene frainteso, quasi di certo sei nato per essere scrittore. Corri, senza indugio, dal cartolaio, compera una risma di carta, chiuditi in soffitta e affrettati a rivelare al mondo i tuoi divini pensamenti. Le nottole tessono sul tuo capo strani voli a sghembo, fuori ridono le stelle, o avvampa il sole, o infuria la procella, ma tu non odi, non vedi che i fantasmi creati dalla tua mente.
È bene, del resto, che non tutti siano scrittori, se no come si farebbe a trovare un pubblico per ogni libro che si stampa? Saggia è quindi stata la natura nel concedere solo a pochi la fantasia dello scrivere. Credi tu d’essere nato a ciò? Scruta i decreti del destino consultando una sonnambula, o una chiromante. Non di rado, infatti, le persone di talento cercano la verità in ciò che la scienza respinge e deride. Interroga, inoltre, le tue naturali attitudini. Se nel porgere da bere a un amico, la tazza ti sfugge e colpisce un cane che s’avventa e ti morde i polpacci; se mentre stai per lanciare un guanto di sfida, t’avvedi di non aver mai posseduto guanti, e lanci invece una ciabatta smessa; se al colmo della disperazione vorresti chiudere gli occhi e gettarti dalla finestra, e invece chiudi la finestra e ti getti a dormire sul letto; se, insomma tutto ciò che fai ti torna a rovescio, o viene frainteso, quasi di certo sei nato per essere scrittore. Corri, senza indugio, dal cartolaio, compera una risma di carta, chiuditi in soffitta e affrettati a rivelare al mondo i tuoi divini pensamenti. Le nottole tessono sul tuo capo strani voli a sghembo, fuori ridono le stelle, o avvampa il sole, o infuria la procella, ma tu non odi, non vedi che i fantasmi creati dalla tua mente.
Un libro non si legge; vi si precipita; esso sta, in ogni momento, attorno a noi. Quando siamo non già nel centro, ma in uno degli infiniti centri del libro, ci accorgiamo che il libro non solo è illimitato, ma è unico. Non esistono altri libri; tutti gli altri libri sono nascosti e rivelati in questo. In ogni libro stanno tutti gli altri libri; in ogni parola tutte le parole; in ogni libro, tutte le parole; in ogni parola, tutti i libri. Dunque questo ‘libro parallelo’ non sta né accanto, né in margine, né in calce; sta ‘dentro’, come tutti i libri, giacché non v’è libro che non sia ‘parallelo’.
giovedì 1 novembre 2012
Aggettivazione imperfetta
Il tinnirume, foglie e cime di
cucuzzeddra siciliana, quella lunga, liscia, di un bianco appena allordato di
verde, era stato cotto a puntino, era diventato di una tenerezza, di una
delicatezza che Montalbano trovò addirittura struggente. Ad ogni boccone sentiva
che il suo stomaco si puliziava, diventava specchiato come aveva visto fare a
certi fachiri in televisione.
"Come lo trova?" spiò la signora Angelina. "Leggiadro" disse Montalbano. E alla sorpresa dei due vecchi arrossì, si spiegò. "Mi perdonino, certe volte patisco d'aggettivazione imperfetta".
"Come lo trova?" spiò la signora Angelina. "Leggiadro" disse Montalbano. E alla sorpresa dei due vecchi arrossì, si spiegò. "Mi perdonino, certe volte patisco d'aggettivazione imperfetta".
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