venerdì 1 febbraio 2013
Canzoni
Una volta
a Sanremo hanno cantato un uomo e una donna. In quel periodo io ero molto
innamorato di una ragazza che viveva molto lontano. Ci vedevamo una volta ogni
due o tre mesi. Pensavo spesso che forse era una stupidaggine essere innamorato
di una ragazza che viveva molto lontano, visto che soffrivamo così tanto. Tutte
le cose che accadevano, accadevano mentre eravamo separati. Anche il Festival
di Sanremo non lo stavamo guardando insieme.
Mentre sto
pensando tutte queste cose, sento che i due cantanti cominciano a parlare
proprio a me, perché dicono: "Dimmi perché piangi. E perché non mangi.
Dimmi perché stringi forte le mie mani, e coi tuoi pensieri ti allontani".
E poi lui, dopo aver esitato a lungo, affronta il nocciolo della questione, con
la sincerità e la spietatezza necessarie in alcune situazioni.
Dice:
"Non amarmi perché vivo a Londra".
Cioè,
voleva dire che piangeva e non mangiava perché era un amore impossibile, perché
lui viveva troppo lontano. A Londra. Da Sanremo a Londra, non ci si può amare.
Stava parlando a me e alla mia ragazza che viveva molto lontano. Era con tutta
evidenza un segno del destino. Io stavo riflettendo e avevo tanti dubbi, e una
sera una canzone mi diceva che uno che stava a Londra intimava alla fidanzata
di non amarlo più, perchè viveva troppo lontano. Allora ho
chiamato un mio amico e gli ho urlato al telefono: hai sentito? È un segno del
destino. La devo lasciare. Quando finalmente è riuscito a parlare, il mio amico
mi ha spiegato che nella canzone lui non diceva "non amarmi perché vivo a
Londra", che dovevo ascoltare bene, e ascoltando bene infatti lui non
diceva "non amarmi perché vivo a Londra", ma "non amarmi perché
vivo all'ombra". Diceva
all'ombra. Lo diceva perché era cieco. E il mio amico mi chiedeva: ma non hai
visto che era cieco? Sì, l'avevo visto, ma che c'entra, non pensavo che tutti i
ciechi dovessero cantare delle canzoni sui ciechi. Bocelli non lo fa, mi pare.
(Francesco
Piccolo, Momenti di trascurabile felicità)
mercoledì 30 gennaio 2013
lunedì 28 gennaio 2013
Moralità
Quando
Dio domandò a Caino dove si trovasse Abele, Caino, adiratosi, replicò con
un'altra domanda: «Sono forse il custode di mio fratello?». Il maggiore
filosofo morale della nostra epoca, Emmanuel Levinas, osservò: “Da quella
rabbiosa domanda di Caino ebbe inizio ogni immoralità. Certamente sono io il
custode di mio fratello; e sono e rimango un essere morale fin tanto che non
chiedo un motivo speciale per esserlo. Che io lo ammetta o no, sono il custode
di mio fratello perché il suo benessere dipende da ciò che io faccio o che mi
astengo dal fare. Sono un essere morale perché riconosco questa dipendenza e
accetto la responsabilità che ne consegue. Nel momento in cui metto in
discussione tale dipendenza domandando ragione — come fece Caino — del perché
dovrei prendermi cura degli altri, in questo stesso momento abdico alla mia responsabilità
e non sono più un essere morale. La dipendenza del fratello è ciò che fa di me
un essere morale”.
mercoledì 23 gennaio 2013
Ricordi
Ho uno strano ricordo di
mia nonna. Non l’ho raccontato a nessuno, neppure a lei, perché fa un po’ paura
e non sono sicuro al cento per cento che sia vero. E’ uno dei miei primi
ricordi. Dovevo avere circa quattro anni, forse anche meno. Ero a casa sua –non
so perchè o per quanto, ma ero con lei e c’eravamo solo noi due. Era un giorno
di sole caldo all’inizio dell’autunno, e lei aveva passato la mattinata a
sostituire le zanzariere della veranda con dei pannelli di vetro. Poi,
ovviamente, li aveva lavati, ed erano così perfetti che la veranda catturava e
rifrangeva la luce come un cristallo. Dato che era una giornata calda abbiamo
mangiato nella veranda, seduti a tavola uno di fronte all'altro. Non ricordo
che cosa stessimo mangiando, ma ricordo noi due seduti a un tavolo dipinto di
rosso, e il quadrato scintillante di sole che entrava dal vetro e colpiva il
tavolo e me. E mi ricordo mia nonna che mi chiedeva perchè non mi
spostavo più in là, così non mi prendevo un'insolazione. E l'ho fatto, sono
scivolato lungo la panca e ho ricominciato a mangiare all’ombra. Non so quanto
tempo è passato –non troppo , però, perché stavo ancora mangiando quello
che avevo nel piatto-, quando all'improvviso un pannello di vetro è uscito
dalle guide e si è schiantato sul tavolo e sulla panca, proprio dove prima ero
seduto io. Non c’era dubbio che, se fossi stato ancora lì, si sarebbe
fracassato sulla mia testa. Mi ricordo che ci abbiamo scherzato sopra; abbiamo
riso dicendo meno male che mi ero tolto dal sole, e mia nonna ha spazzato via
le schegge e abbiamo finito di mangiare. E’ stato soltanto anni dopo che ho
pensato che quel giorno era successa una cosa strana. Un piccolo miracolo. Non
so se il vetro cadendo mi avrebbe ucciso –probabilmente no-, ma a posteriori ho
capito che mia nonna mi aveva salvato, se non dalla morte, almeno da qualche
terribile ferita. Ho sempre voluto chiederglielo. Se lo ricordava anche lei?
Era successo davvero? Si era presa uno spavento micidiale, oppure, come me
bambino, credeva che l'amore portasse naturalmente alla chiaroveggenza? Però
non gliene ho mai parlato. Forse temevo che parlandone, trasformando il ricordo
in parole, potesse svanire o decomporsi come certi fragili e preziosi oggetti
antichi che si sbriciolano appena tornano alla luce.
(Peter Cameron, Un giorno questo dolore ti sarà utile)
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