sabato 9 marzo 2013

Mondo


Noi creiamo il mondo che percepiamo, non perché non esiste realtà fuori dalla nostra mente, ma perché scegliamo e modifichiamo la realtà che vediamo in modo che si adegui alle nostre convinzioni sul mondo in cui viviamo. Si tratta di una funzione necessaria al nostro adattamento e alla nostra sopravvivenza.

(Gregory Bateson






giovedì 7 marzo 2013

Thomas Bernhard / 3




Il malato, colui che per mesi è stato lontano da ciò che gli è familiare, torna indietro come uno per cui tutto è diventato estraneo, e con una fatica che gli viene dalla sua stessa stanchezza di nuovo deve cercare confidenza con le cose di un tempo, e di nuovo deve farle proprie; a qualsiasi natura le cose appartengano, queste gli sono scivolate dalle mani nel tempo della lontananza, e adesso deve ritrovarle. È appurato che il malato per sua natura è lasciato a se stesso - il resto non è che una bugia che sfiora la perversione - e gli tocca tirare fuori una forza sovrumana se vuole mettersi in condizione di rientrare nel punto in cui mesi, o come nel mio caso con più di un intervallo, addirittura anni prima, è uscito. Il sano questo non riesce a capirlo, perde subito la pazienza e con la sua impazienza riesce puntualmente a rendere più difficile al malato fresco di ritorno tutto ciò che invece dovrebbe alleviargli. Non si è mai visto che dei sani abbiano pazienza con dei malati e regolarmente neanche che i malati abbiano comprensione per i sani, e su questo non ci piove. In effetti il malato per sua natura accampa pretese esagerate su tutto, come del resto fa anche il sano, che però non ha alcun bisogno di pretendere tali esagerazioni, stando il fatto che è sano. I malati non comprendono i sani, così come i sani non comprendono i malati, e a questo conflitto, che è spessissimo portatore di morte, in definitiva il malato non riesce a far fronte, e come naturale conseguenza neanche il sano, col risultato che - è già capitato - a causa di simili conflitti persone sane sono diventate persone malate. Non è facile andar d'accordo con un malato che improvvisamente ti ritrovi fra i piedi, quando la malattia già mesi o anni prima l'aveva sbattuto fuori, e i sani nella maggior parte dei casi non hanno neanche la volontà di andare incontro ai malati, in realtà giocano di continuo al buon samaritano, quando non solo non lo sono, ma neanche vogliono esserlo; ne risulta una pura forma di ipocrisia che in quanto tale nuoce al malato e non gli arreca vantaggio alcuno.


Thomas Bernhard / 2



Abbiamo parlato subito del suo stile, uno stile che si basa su una ossessione del ritmo quasi maniacale (“Se il ritmo si spezza”, ha detto Bernhard, “tutto il resto è kaputt”), e su una continua ripetizione dei concetti che produce l’effetto di un andamento a spirale, piuttosto che quello di una consequenzialità lineare, come in genere accade nel romanzo. Bernhard ha poi aggiunto che vi era uno stretto legame fra il suo stile letterario e il suo stile di vita, e che il primo era l’autentico prodotto del secondo, e che se non avesse deciso di vivere in quel modo, e cioè di rifiutando praticamente qualunque tipo di legame, egli non sarebbe mai stato lo scrittore che era diventato. Bernhard, a questo punto, ha usato una parola che ricorre in molti dei suoi testi: Rucksichtslosigkeit. Questa parola significa spregiudicatezza, intransigenza, mancanza di riguardi per chicchessia, implacabilità. Ma significa anche volontà di definire il mondo attraverso un’idea, e in questo senso rispecchia perfettamente il tipo di attualità intellettuale che caratterizzava sia Bernhard che i suoi personaggi (…)

La conversazione con Bernhard è proseguita poi con domande e risposte sempre meno impegnative. (…)  Gli ho chiesto se teneva letture pubbliche. Ha risposto che non ne faceva più da un pezzo, anzi l’ultima l’aveva fatta proprio in Italia, a Bolzano, ma ad ascoltarlo c’erano andati solo due paralitici. Gli ho chiesto se gli piaceva l’Italia. Ha risposto di sì, ma che non conosceva molto la nostra cultura anche se aveva scritto un racconto intitolato L’italiano. Gli ho detto che l’avevo letto, e che nello stesso libro vi era anche Al limite boschivo, un racconto eccezionale. Lui ha sorriso, annuendo. Gli ho detto che parlava sempre di suicidio. Lui ha risposto che pensare al suicidio è la cosa più facile che possa accadere ad un essere umano.

Daniele Benati [questo pezzo apparve su «Dolce Vita», nn. 20-21, maggio-giugno 1989]



mercoledì 6 marzo 2013

Traiettorie


Il cammino della storia dunque non è quello di una palla di biliardo che una volta partita segue una certa traiettoria, ma somiglia al cammino di una nuvola, a quello di chi va bighellonando per le strade, e qui è sviato da un'ombra, là da un gruppo di persone o da uno strano taglio di facciate, e giunge infine in un luogo che non conosceva e dove non desiderava andare. L'andamento della storia è un continuo sbandamento. Il presente è sempre un'ultima casa al margine, che in qualche modo non fa più completamente parte delle case della città. Ogni generazione si chiede stupita: chi sono io e chi erano i miei antecessori? Farebbe meglio a chiedersi: dove sono io? e a tener per sicuro che gli antecessori non erano così o cosà, ma semplicemente in un altro luogo

 (Musil, USQ) 



martedì 5 marzo 2013

sabato 2 marzo 2013

A Story



«Siamo tutti esseri umani. Non è possibile essere qualcosa di peggio» (Mark Twain)





Chris Jordan,  Photographic Arts