sabato 17 gennaio 2015

Verso il sud delle cose



Ieri ho passeggiato per le strade come una qualsiasi persona.
Ho guardato le vetrine spensieratamente e non ho incontrato amici con i quali parlare. D’improvviso mi sono sentito triste, mortalmente triste, cosi’ triste che mi e’ parso di non poter vivere un altro giorno ancora, e non perche’ potessi morire o uccidermi, ma solo perche’ sarebbe stato impossibile vivere il giorno dopo e questo e’ tutto.
Fumo, sogno, adagiato sulla poltrona. Mi duole vivere in una situazione di disagio.
Debbono esserci isole verso il sud delle cose dove soffrire e’ qualcosa di piu’ dolce,
dove vivere costa meno al pensiero, e dove e’ possibile chiudere gli occhi e addormentarsi al sole e svegliarsi senza dover pensare a responsabilita’ sociali ne’ al giorno del mese o della settimana che e’ oggi.
Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere a un cuore eccessivamente spontaneo che sente tutto cio’ che sogno come se fosse reale,
 che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta, 
tristi canzoni, come le strade strette quando piove.

Fernando Pessoa, Poesie inedite
 


martedì 13 gennaio 2015

Contro la violenza



Perché la violenza, una volta ammessa dalla società, non dovrebbe passare da specie a specie? Il nostro stesso vocabolario riguardo stragi e crudeltà fra uomini, nonché malversazioni quotidiane,  riconduce puntualmente a quanto noi infliggiamo agli altri: “mattanza”, “scannato come un capretto”, “un macello”, viaggiare in “carro bestiame”.
Descriviamo così vari stati di orrore o malessere, nella fissa determinazione a distinguerci, quanto a diritti primari, dal resto del vivente. Peccato però che le altre specie non compiano mattanze, non scannino per sadismo (uccidono alcuni, sì, ma con molta parsimonia, per stretta necessità alimentare o difesa del territorio), né allevino o deportino con barbarie.
Ci riferiamo dunque, ogni volta, a un’attitudine che parte da noi, soltanto da noi, data per buona laddove si rivolge a creature al di fuori dell’umana cerchia e condannata con sgomento quando, dall’ingresso principale, rientra fra gli argini che abbiamo arbitrariamente eretto, infondendo paura e stupore.
E’ allora che arretriamo, distinguendo – ragionevolmente – fra civiltà democratiche e regimi brutali, arroccandoci sempre più in considerazioni tutte centrate sull’umana natura. Il resto è relegato a uno sfondo tanto lontano e marginale, da rendere paradossale qualsiasi accostamento che non sia simbolico.
Eppure, mentre ci meravigliamo che un pervasivo, estraneo male corrompa e stravolga la nostra gioventù, ogni giorno affondiamo il coltello nelle carni di qualcun altro, sperimentiamo la nostra medicina straziando individui lucidamente indifesi, riempiamo di piombo corpi innocenti, persino, incredibile ma vero, abusiamo sessualmente di inermi che non appartengono alla nostra specie.  Ancor più e a maggior ragione nell’era di Internet, quando l’educazione imbocca la scorciatoia dell’emulazione; inetti a comprendere, per esempio, che l’esercizio di crudeltà gratuita – il Web trabocca di selfie divulgati da torturatori di animali – si nutre della spinta ad ampliare il proprio raggio d’azione.
Come illuderci, dunque, che questo incredibile sconto concesso alla pretesa di essere migliori non renda sempre più fragile e malata la nostra stessa comunità? Sarà forse utopistico sognare un futuro in cui l’uomo individui finalmente privilegio e progresso nella propria, eccezionale facoltà di stare al mondo senza nuocere ad altri.  Ma non è inutile augurarsi una profonda e allargata riflessione sulla violazione della vita, partendo dalle religioni, indifferenti e antiquate, fino all’educazione di bambini  oggi formati alla carriera di consumatori a danno di ogni intelligente sensibilità.
Scoraggiare il sopruso anche sulle altre specie, allontanare la violenza dalla nostra quotidianità in favore di una nuova armonia, non condurrebbe affatto a quell’austerità sbandierata come spauracchio dai politicanti, ma a una nuova formula di salvezza.

margdam@margheritadamico.it







lunedì 12 gennaio 2015

Selfies






Diritti



Un innegabile bisogno di diritti, e di diritto, si manifesta ovunque, sfida ogni forma di repressione, innerva la stessa politica. E così, con l’azione quotidiana, soggetti diversi mettono in scena una ininterrotta dichiarazione di diritti, che trae la sua forza non da una qualche formalizzazione o da un riconoscimento dall’alto, ma dalla convinzione profonda di donne e uomini che solo così possono trovare riconoscimento e rispetto per la loro dignità e per la stessa loro umanità. Siamo di fronte a una inedita connessione tra l’astrazione dei diritti e la concretezza dei bisogni, che mette all’opera soggetti reali. Certo non i «soggetti storici» della grande trasformazione moderna, la borghesia e la classe operaia, ma una pluralità di soggetti ormai tra loro connessi da reti planetarie. Non un «general intellect», né una indeterminata moltitudine, ma una operosa molteplicità di donne e uomini che trovano, e soprattutto creano, occasioni politiche per non cedere alla passività e alla subordinazione.





Maturità



Maturare verso l’infanzia. Questa soltanto sarebbe l’autentica maturità.
(Bruno Schulz) 
 

Un giorno sul diretto Capranica-Viterbo
vidi salire un uomo con un orecchio acerbo.
Non era tanto giovane, anzi era maturato,
tutto, tranne l’orecchio, che acerbo era restato.
Cambiai subito posto per essergli vicino
e poter osservare il fenomeno per benino.
“Signore, – gli dissi – dunque lei ha una certa età:
di quell’orecchio verde che cosa se ne fa” ?
Rispose gentilmente: ” Dica pure che son vecchio.
Di giovane mi è rimasto soltanto quest’orecchio.
E’ un orecchio bambino, mi serve per capire
le cose che i grandi non stanno mai a sentire:
ascolto quel che dicono gli alberi, gli uccelli,
le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli,
capisco anche i bambini quando dicono cose
che a un orecchio maturo sembrano misteriose.”
Così disse il signore con un orecchio acerbo
quel giorno sul diretto Capranica – Viterbo.

Gianni Rodari 
 




domenica 4 gennaio 2015

Cielo di gennaio








I rapporti umani



E adesso siamo veramente adulti, pensiamo, e ci sentiamo stupiti che essere adulti sia questo, non davvero tutto quello che da ragazzi avevamo creduto, non davvero la sicurezza di sé, non davvero un sereno possesso di tutte le cose della terra. Siamo adulti perché abbiamo alle spalle la presenza muta delle persone morte, a cui chiediamo un giudizio sul nostro comportamento attuale, a cui chiediamo perdono delle passate offese: vorremmo strappare dal nostro passato tante nostre parole crudeli, tanti gesti crudeli che abbiamo compiuto quando pure temevamo la morte ma non sapevamo, non avevamo capito com’era irreparabile, senza rimedio la morte: siamo adulti per tutte le mute risposte, per tutto il muto perdono dei morti che portiamo dentro di noi. 
Siamo adulti per quel breve momento che un giorno ci è toccato di vivere, quando abbiamo guardato come per l’ultima volta tutte le cose della terra, e abbiamo rinunziato a possederle; le abbiamo restituite alla volontà di Dio: e d’un tratto le cose della terra ci sono apparse al loro giusto posto sotto il cielo, e così anche gli esseri umani, e noi stessi sospesi a guardare nell’unico posto giusto che ci sia dato: esseri umani, cose e memorie, tutto ci è apparso al suo posto giusto sotto il cielo. In quel breve momento abbiamo trovato un equilibrio alla nostra vita oscillante: e ci sembra che potremo sempre ritrovare quel momento segreto, ricercare là le parole per il nostro mestiere, le nostre parole per il prossimo; guardare il prossimo con uno sguardo sempre giusto e libero, non lo sguardo timoroso e sprezzante di chi sempre si chiede, in presenza del prossimo, se sarà suo padrone o suo servo. Noi tutta la vita non abbiamo saputo essere che padroni o servi: ma in quel nostro momento segreto, in quel momento di pieno equilibrio, abbiamo saputo che non c’è vera padronanza né vera servitù sulla terra. Così adesso, tornando a quel nostro momento segreto, cercheremo negli altri se già è toccato loro di vivere un momento identico, o se ancora ne sono lontani: è questo che importa sapere. Nella vita d’un essere umano, è il momento più alto: ed è necessario che stiamo con gli altri tenendo gli occhi al momento più alto del loro destino. 
(...) E la storia dei rapporti umani non è mai finita in noi: perché a poco a poco succede che ci diventano fin troppo facili; fin troppo naturali e spontanei i rapporti umani: così spontanei, così senza fatica che non sono più ricchezza, né scoperta, né scelta: ma solo abitudine e compiacimento, ubriacamento di naturalezza. Noi crediamo sempre di poter tornare a quel nostro momento segreto, di poter sempre attingerci giuste parole: ma non è vero che ci possiamo sempre tornare, tante volte i nostri sono falsi ritorni: accendiamo di falsa luce i nostri occhi, simuliamo sollecitudine e calore al prossimo e siamo in realtà di nuovo contratti, rannicchiati e gelati sul buio del nostro cuore. I rapporti umani si devono riscoprire e riinventare ogni giorno. Ci dobbiamo sempre ricordare che ogni specie d’incontro con il prossimo, è un’azione umana e dunque è sempre male o bene, verità o menzogna, carità o peccato.

N. Ginzburg, I rapporti umani, da Le piccole virtù