lunedì 11 luglio 2016

Apatia dell'anima




L'aveva già notato parecchie volte: più aveva problemi pressanti, che lo assillavano con la loro urgenza e la loro gravità, più il suo cervello faceva il morto. Allora si metteva a vivere di inezie, estraneo e noncurante, spogliandosi di ogni pensiero e di ogni qualità, con l'anima sgombra, il cuore vuoto, la mente sintonizzata sulle lunghezze d'onda più corte. Questa condizione, questa distesa di indifferenza che scoraggiava tutti coloro che gli stavano intorno, la conosceva bene ma la padroneggiava male. Noncurante, libero dai problemi del pianeta, era calmo, abbastanza felice. Ma con il passare dei giorni l'indifferenza faceva danni impercettibili per cui tutto in essa scoloriva. Gli esseri umani diventavano trasparenti, tutti identici a forza di sembrargli lontani. Finché, giunto a un qualche termine del suo informale tedio, lui stesso non si sentiva più alcuna densità, alcuno spessore, e si lasciava portare in balia della quotidianità altrui, più disposto a fare agli altri una gran quantità di favori proprio perché divenuto loro perfettamente estraneo. Il meccanismo del suo corpo e del suo eloquio automatico assicurava il procedere dei giorni, ma lui non era più presente per nessuno. Così, largamente privato di se stesso, Adamsberg non si preoccupava e non formulava più nulla. Questo disinteresse verso qualsiasi cosa non aveva neppure il sentore angosciante del vuoto, questa apatia dell'anima non portava neppure con sé i tormenti della noia.

Vargas, L’uomo dei cerchi azzurri




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