lunedì 18 febbraio 2013

Madri



Sulle panchine, aggruppate in fitti conversari, le madri: la loro vocazione a completarsi l’una nell’altra ti turba, tu che associ l’idea di madre a quella di unicità, e che non sai concepire benevolenza che non sia interna ai confini domestici. A ognuno la sua sola e fatal genitrice: e invece in quei giardini scopri perplesso che possono presentarsi anche in tal forma, le madri, come sociabili insetti. Sovente ti interessano più delle loro creature, così le bordeggi con la tua bicicletta per spiarle da presso. Lavorano a maglia, leggono una rivista dal salgariano nome di "Rakam", tengono, orrore, tengono i calcagni fuori delle scarpe, richiamano un bambino per sfilargli un golfetto. Il loro scalcagnato chiacchiericcio ti nausea, però devi ammettere che senza quella presenza i giardinetti sarebbero un luogo selvaggio: ingrumate l’una con l’altra come anelli di lombrico, le mamme rappresentano una rassicurante garanzia d’ordine e di legalità: davanti a loro nessun manipolo di violenti oserebbe farti cadere dalla bicicletta per saltare a piedi uniti sui raggi delle tue povere ruote irreparabilmente deformandoli, nessun ladro ti sviterebbe via il coperchio del tuo campanello mentre i complici ti tengono fermo, nessun pazzo ti sbrofferebbe addosso l’acqua a ciò ingurgitata dalla fontanella e a ciò trattenuta con intollerabile gargarismo nelle guane rigonfie esplosive… E tuttavia proprio per questa santa tutela le vorresti più austere, quelle mamme, più solennemente comprese della propria sacralità; le vorresti tremende come le Antiche Madri...

Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi



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