domenica 12 aprile 2015

Anicca



Ogni cosa esistente è impermanente.
Quando si comincia a osservare ciò,
con comprensione profonda e diretta esperienza,
allora ci si mantiene distaccati dalla sofferenza:
questo è il cammino della purificazione.
Dhammapada, XX (277)

Anicca, l'impermanenza

Il cambiamento è inerente a ogni esistenza fenomenica. Non vi è nulla nel campo animato o inanimato, organico o inorganico che possiamo definire permanente, e anche se dessimo questa denominazione a qualcosa, inevitabilmente essa sarebbe destinata a cambiare, a sottoporsi a qualche metamorfosi. Avendo compreso questo fatto fondamentale attraverso l'esperienza diretta all'interno di se stesso, il Buddha dichiarò:
Sia che nel mondo ci sia o no una persona completamente illuminata, tuttavia rimane una condizione ferma, un fatto immutabile e una legge fissata: tutte le formazioni fisiche e mentali sono impermanenti, soggette alla sofferenza e prive di sostanza.

Anicca (impermanenza), dukkha (sofferenza) e anatta (inconsistenza dell'io) sono le tre caratteristiche comuni ad ogni esistenza cosciente. Tra queste, la più importante nella pratica di Vipassana è anicca. Come meditatori ci troviamo ad affrontare l'impermanenza di noi stessi. Ciò ci permette di comprendere che non abbiamo alcun controllo su questo fenomeno, e che ogni tentativo di manipolarlo non ci crea altro che sofferenza. Impariamo quindi a sviluppare il distacco e l'accettazione di questo fatto, l'apertura al cambiamento, permettendoci così di vivere felicemente tra le vicissitudini della vita. Perciò il Buddha disse:
Meditatori, a colui che percepisce l'impermanenza si manifesta chiaramente la percezione della inconsistenza e mancanza di un io. E in chi percepisce questa inconsistenza, l'egoismo viene distrutto. E, come risultato, ottiene la liberazione persino in questa stessa vita. (…) chiunque realizzi questi fatti si trova naturalmente sul cammino che conduce fuori dalla sofferenza.




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