martedì 20 dicembre 2016

Una di noi




Pubblicato il 8 dicembre 2016 
di Alexik


Non volevo ingannarvi. L’ho detto solo per non morire.
Ero terrorizzata dalle loro pietre aguzze, dalle loro facce feroci, decise ad uccidermi perché ero tornata a giocare nell’erba.
So che non avrei dovuto farlo, ma era così potente il richiamo del grano immaturo. Odorava di infanzia e di libertà, di giorni felici passati a rotolare nei campi. Prima che mi chiudessero fra quelle mura perché, come disse mia madre, “era ora che mi sudassi il mangiare”. Fu lei a consegnarmi, che ero ancora bambina, a portarmi a servizio dopo avermi lavato di dosso la terra e le spighe.
All’inizio l’abbandono mi bruciava nel petto. Stavo malissimo, chiusa nella mia solitudine, in mezzo a quei vecchi indifferenti e severi.
Stavo malissimo, non solo per la fatica. Quel luogo mi metteva a disagio. Vi risuonava un silenzio sinistro, interrotto dal mormorio cadenzato di parole terribili.

soltanto nelle città di questi popoli
che il Signore tuo Dio ti dà in eredità
non lascerai in vita alcun essere che respiri
ma li voterai allo sterminio
come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare
(1)

Così recitavano gli anziani, assorti sulle pergamene.
Dicevano che la terra che calpestavo, la terra della mia gente, era stata irrigata col sangue.
Che l’eccidio dei suoi antichi abitanti (profezia per quelli futuri) era il frutto del volere di un dio.
Con le ginocchia dolenti, mentre strisciavo lo straccio sul pavimento di pietra, rabbrividivo ascoltando.

.Come il popolo udì il suono della tromba
ed ebbe lanciato un grande grido di guerra,
le mura della città crollarono.
Il popolo allora salì verso la città

Votarono poi allo sterminio,
passando a fil di spada ogni essere che era nella città,
dall’uomo alla donna, dal giovane al vecchio
e perfino il bue, l’ariete e l’asino
(2)

Votò lo sterminio di Gerico, il mio popolo/esercito. Portò lo sterminio a Makkeda, Libna, Lachis, Eglon, Ebron e Debir (3). Diede la morte ai loro re e ad ogni essere vivente che era in esse, per fare spazio a una nuova stirpe e a un nuovo dio.
Io appartenevo alla genia dei vincitori. Avrei dovuto andarne fiera.
Invece le urla delle donne di Madian (4) venivano a popolare i miei incubi. Odiavo e temevo i loro assassini, dal silenzio della mia impotenza di ragazzina, di femmina e serva. Giurai a me stessa che se avessi mai, in futuro, partorito un figlio maschio lo avrei allevato nel rifiuto di quel credo spietato. Dovevo impedire che diventasse come loro. Intanto, a carponi sul pavimento di pietra, mi stringevo le orecchie fra le mani per non sentire e mi rintanavo negli angoli più oscuri, tentando di sparire alla vista di quegli uomini e del loro dio sanguinario (5). Tanto non mi avrebbero notata comunque. Per tutti loro una serva era pari a un oggetto, o forse a un animale.
Faceva eccezione una voce. L’unica giovane, l’unica amica.

Come son belli i tuoi piedi
nei sandali, figlia di principe!
Le curve dei tuoi fianchi sono come monili,
opera di mani d’artista.
Il tuo ombelico è una coppa rotonda
che non manca mai di vino drogato.
Il tuo ventre è un mucchio di grano,
circondato da gigli…

Il figlio del sacerdote più anziano scandiva bene le sillabe in modo che potessi sentirlo. Da allora cominciammo a incrociarci più spesso, in modo sempre meno casuale.
Per il resto, la vita era solo fatica. Solo di notte, ogni tanto, nei sogni, tornavo a giocare nei campi.
I giorni si avvicendarono uguali finché a tredici anni il sangue mi sgorgò fra le cosce. Pensai a una ferita. Non avevo una madre a spiegarmi cosa stava succedendo al mio corpo. Turbata, corsi dagli adulti del tempio per chiedere aiuto. Ricordo il ribrezzo con cui si ritrassero. Il mio sangue profanava la sacralità di quel luogo.

Mi vendettero subito. All’asta come sposa, come un mulo al mercato.
Il mio nuovo padrone, il miglior offerente, fu un vecchio collerico.
Nella sua casa la fatica era quella di prima, ma amavo quelle pareti di terra rossa, l’odore del legno tagliato e, soprattutto, quella porta aperta sui coltivi. Da lì scivolavo ogni notte, in silenzio, per correre incontro al mio angelo. Per prendergli le mani, e condurlo a giocare nell’erba.
So bene che era solo un ragazzo, che non aveva né aureola e né ali.
Ma a me piaceva pensarlo così, radioso come gli angeli dei salmi.
E così lo descrissi anche ai miei accusatori.

Dicono che fu un sogno di mio marito, la notte prima dell’esecuzione, a salvarmi la vita. Vi garantisco che andò in tutt’altro modo. Quella notte non chiuse occhio, impegnato com’era a gonfiarmi di calci e nerbate per farmi abortire. Sotto i suoi colpi temetti di non arrivare al mattino, rendendo inutile anche il mucchio di pietre.
Fu il sacerdote più anziano a interromperci.
Con la borsa dell’oro veniva a pagarci perché non sporcassimo il nome del figlio. Per sottrarlo alla fine destinata agli adulteri, e perché suo nipote vivesse (per quanto illegittimo, era pur sempre un nipote). Convennero, con mio marito, che sarebbe stato meglio per tutti far finta di credere alla storia dell’angelo.
Gli ressi il gioco, ovviamente, ma vi giuro, non volevo ingannarvi.
Cercavo solo di non farmi ammazzare.
E poi volevo che tutta quella storia finisse. E invece era appena iniziata.

Sono duemila anni, ormai, che vi guardo prostrarvi davanti alle mie statue, invocarmi sgranando un rosario.
Generazione dopo generazione, secolo dopo secolo, milioni di uomini e donne hanno creduto in me. O meglio, a un modello creato da maschi, all’immagine che mi è stata cucita addosso di madre casta e remissiva. In faccia a milioni di donne è stato sbattuto il mio esempio per definirle colpevoli di gioia, di libertà, di sessualità, di intelligenza, di ribellione.
Oggi c’è chi sostiene che io possa apparirvi e parlarvi, e che dalle mie statue scendano lacrime. E in effetti, a vedere come mi hanno utilizzata, mi viene proprio voglia di piangere. Ma se potessi parlarvi davvero, griderei, con tutte le mie forze, che è stata tutta una farsa, tutta una truffa.
E che non sono io, non sono io quella che adorate.
Perché non sono stata né santa, né vergine, né madre di un dio.
Solo una di voi.







      Note:

    1. Deuteronomio, capitolo 20. 

    2. Libro di Giosuè, capitolo 6.

    3. “Così Giosuè battè tutto il paese: le montagne, il Negheb, il bassopiano, le pendici e tutti i loro re. Non lasciò alcun superstite e votò allo sterminio ogni essere che respira, come aveva comandato il Signore, Dio di Israele“. Per i dettagli dei massacri: Libro di Giosuè, capitolo 10. 

    4. Marciarono dunque contro Madian come il Signore aveva ordinato a Mosè, e uccisero tutti i maschi. Uccisero anche, oltre i loro caduti, i re di Madian Evi, Rekem, Sur, Ur e Reba cioè cinque re di Madian; uccisero anche di spada Balaam figlio di Beor. Gli Israeliti fecero prigioniere le donne di Madian e i loro fanciulli e depredarono tutto il loro bestiame, tutti i loro greggi e ogni loro bene; appiccarono il fuoco a tutte le città che quelli abitavano e a tutti i loro attendamenti e presero tutto il bottino e tutta la preda, gente e bestiame…. Mosè si adirò contro i comandanti dell’esercito, capi di migliaia e capi di centinaia, che tornavano da quella spedizione di guerra. Mosè disse loro: «Avete lasciato in vita tutte le femmine? Proprio loro, per suggerimento di Balaam, hanno insegnato agli Israeliti l’infedeltà verso il Signore… Ora uccidete ogni maschio tra i fanciulli e uccidete ogni donna che si è unita con un uomo; ma tutte le fanciulle che non si sono unite con uomini, conservatele in vita per voi“. Libro dei Numeri, capitolo 31.

    5. Per un approfondimento sull’ebraismo bellico consiglio il bellissimo libro di Walter Peruzzi, Il cattolicesimo reale, Odradek, 2008, in particolare il capito 5.1










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