lunedì 16 luglio 2018

Dietro la curva




Lettera alle pulci piccole in forma di testamento.

Torno su questa lettera a qualche tempo di distanza dalla prima stesura. Sarà un po’ meno vivace di quella versione, temo. Pura questione di forma. Non è aumentata la sofferenza e nemmeno la paura, che in fondo è alta da anni. Quindi non so spiegarmene del tutto le ragioni. Forse un soprassalto di pudore: diciamo che il tono allegretto che avevo scelto per la prima versione rispondeva a una necessità di pudore, ma a rilettura suona sopra le righe e inadatto. Quindi limitiamoci a dire.
Naturalmente, tenendo ben presente che ogni testamento, ultima lettera, frase postrema, volontà postuma, è un terreno di coltura per il kitsch: la piazzetta dove il moribondo si toglie l’ultima cazzimma, lancia un monito ridicolo, perdona a buon mercato (salvo, in caso di guarigione, revocare un perdono che a posteriori, alla lunga, appare un po’ troppo generoso).
Da quella piazzetta, poi del resto, nessuno passa mai più. Proviamo a evitare, allora, anche se c’è qualche parola che vorrei comunque lasciare soprattutto a Elena e Olga. 
Inizio con un’avvertenza: non voglio che le mie figlie mi vedano ora, «cucito nella pelle di morto, orrenda e senz’occhi, che è ancora una parte della persona ed e già estranea; la sacca da viaggio della vita». Quindi se in questo momento state un po’ alla larga, pulci, avete tutta la mia benedizione, per quel che vale.
Spero di avervi infilato nel cuore almeno il seme della curiosità. Magari in forme diverse: per esempio potrebbe essere in forma di narrazione nel cuore di Elena e di vagabondaggio in quello di Olga. E vorrei che quel seme continuasse a germogliare, per tutto il tempo che avrete in terra (e oltre, ma chissà): proprio come ho visto che accadeva nella prima parte delle vostre vite. Fin troppo facile dire ora che non c’è tempo, che bisogna fare le cose che si vogliono fare e non rimandare, che tutto corre più in fretta di noi. Facile e inutile, dato che probabilmente è un messaggio che ogni genitore lascia al figlio, che il figlio archivia come è giusto e poi riscopre quando è il suo tempo, a valle di tanta vita che avrà sprecato, e quando l’urgenza sarà tutta e solo sua. Aggiungo però la certezza che – come mi dicesti tu Elena, una sera in pizzeria, riempiendomi di orgoglio – non è mai finita. Mai.
Non pensate mai di essere arrivate alla forma definitiva: c’è sempre almeno ancora una svolta imprevista, sempre. Se c’è un augurio che posso farvi, allora, è di non cadere mai nella trappola della rassegnazione e dell’accettazione: quasi sempre quella che si presenta come «la vita com’è», secondo un’espressione cara ai realisti (gente che in segreto ama la schiavitù), è una truffa. Si può uscire, scartare, fare ancora un giro, magari due, magari di più, e poi sorprendersi di come era facile e possibile quello che sembrava impedito dalla logica ferrea di un mondo che ci mettiamo addosso come una prigione ed è invece solo fantasia, malata fantasia che si spaccia per realtà.
Potrei dire con un’immagine che Olga capirà al volo, che c’è sempre (in ogni momento, anche quando sembra essere già arrivata la fine) una strada imprevista che parte dalla soglia e, in fondo alla strada, un qualche Vianino dove la gente vive in un modo magari non più perfetto della nostra cattività metropolitana, ma sicuramente diverso, diverso.
Il diverso esiste, anche nelle nostre vite, basta lasciarsi prendere, non rinchiudersi per paura di affrontare il mondo. Aveva ragione il filosofo che ci disse che il padrone è padrone perché ha messo in gioco la sua vita e il servo è servo perché non lo ha fatto (la dialettica poi rovescia e sorprende, ma da questo passo fondamentale, e solo da questo, inizia). La vostra curiosità sarà, perdonatemi la retorica, un modo per essere ancora un po’ vivo. (...)
Insomma, la metterei cosi: quando vi trovate la strada fra i piedi, per ingarbugliata che sia, lasciatela districare (come si districano le pulci) e seguitela con fiducia. Secondo me, meno volte direte «meglio di no», meglio sarà. (...) Spero che vi troviate spesso un passo più in là di dove avreste pensato di arrivare e che ancora più spesso vi trovino gli altri un passo a lato rispetto a dove credevano di cogliervi. (...)
È stata una vita bellissima, sempre, fino alla fine, soprattutto grazie a voi. Quasi quasi mi faccio invidia da solo, e non vorrei cambiarla con nessun’altra, e non dico per dire. Vorrei che dal mio penultimo tratto vi arrivasse la tranquilla certezza che è un viaggio che può essere fatto, anche questo senza sofferenza e anzi con curiosità. Si può fare: tutto qui. (...) Vorrei che teneste per nemica disprezzatissima l’ansia che fa rintanare, e nello stesso conto teneste lontani il risparmiarsi, l’indifferenza e il pregiudizio, anche piccolo, anche quotidiano, la mala parola e quelle piccinerie che fanno da paesaggio sonoro alla prigionia di chi vive nelle città: vorrei che gli altri fossero sempre per voi fonti e sorprese incessanti (...)
La mia vita è cambiata molte volte. Non sempre avrei voluto, in qualche caso è stato anche un inferno. Ma il risultato alla fine è che ho vissuto tantissime vite (più dei gatti) e tutte interessanti, anche quelle che durante erano dolorosissime. Anche su di me non cedete al pregiudizio. Il mio ruolo l’ho svolto, sempre, a fondo, e anche spezzandomi la schiena quando è stato necessario. Non è questo il punto da cui si possa mentire o accampare scuse: dico queste cose perché le penso con convinzione fermissima e non chiedo altro riconoscimento che il vostro.
La vita è cambiata molte volte, quindi, ma voi conoscete bene il motto che avrei voluto scolpirmi sulla lapide: «Se poteva restava». (...)
Ecco, proprio da voi due ho imparato a ricordarmi sempre che si può sfuggire a tutto, che niente è deciso e basta, che un’altra strada c’è sempre. E per me è diventato un principio, che alla fine mi ha scaldato la casa, le notti, i sogni, le sere e mi ha tenuto attivo e in vita alla faccia di una malattia che avrebbe preteso che mi occupassi di lei più che di me. Mi avete regalato anni di vita che sono stati (e qualunque medico ve lo confermerà) puro miracolo. (...)
Mi mancherete. O forse no, se riesco a vagare un po’ da fantasma. Infesterò le mie case senz’altro, ma spero mi lascino anche girare un po’, non riesco proprio a farne a meno. Per esempio, aspetta un po’, vado solo a vedere cosa c’e dietro la curva… 
  
Luca Rastello, un estratto da Dopodomani non ci sarà.



 








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